A spasso tra “Le colline dell’argento” con Beatrice Pucci

A spasso tra “Le colline dell’argento” con Beatrice Pucci

Interessante e stimolante, il primo disco di Beatrice Pucci, autrice classe ’98 originaria di Civitavecchia che solo un mese fa, ad inizio maggio, aveva esordito pubblicando il primo e unico singolo estratto da “Le Colline dell’argento”, “Figli”; già allora, la sua scrittura ci era sembrata ben degna di nota, grazie ad un delicato equilibrio fra ricercatezza e melodia, poesia e rock dalle tinte estremamente anni Novanta: insomma, un ottimo preludio per un disco d’esordio che oggi conferma le belle aspettative nutrite fin qui.

Sei brani che prendono forma e spazio attraverso ambienti sonori disegnati sull’onda di un post-rock d’autore che pare influenzato da una ben decisa pluralità di riferimenti: dal grunge di fine ottanta alla post-rock a la Radiohead, passando per echi nazionali come Cristina Donà, Carmen Consoli e altre grandi penne del cantautorato nazionale. Il tratto forse più interessante è proprio quello inerente al totale controllo che la giovane artista ha voluto esercitare sui sei brani pubblicati, interamente scritti, arrangiati e mixati da lei: il risultato che ne deriva è un’opera capace di presentarsi, pur nelle sue impurità, come manifesto personale di una sensibilità prepotente, in evidente esplosione espressiva.

I sei brani del disco diventano un percorso onirico tra mondi sospesi e realtà distorte, quasi dispotiche per come vengono filtrate e restituite all’ascoltatore dal filtro apposto dalla Pucci: quadretti che fra il bucolico e il grottesco conducono in un universo cangiante, settato sulle frequenze giuste di una produzione attenta alle sfumature, quasi maniacalmente interessata ai dettagli e allo stesso tempo intenzionata a non rimuovere gli spigoli di un disco complesso, efficace a raccontare una generazione in cerca di sé stessa attraverso lo sguardo personale della sua autrice.

Il marchio di autenticità diventa il nodo essenziale di un lavoro personale, che trova i suoi apici poetici in brani come “Mangiafuoco” e “Angoli”, e che riesce nell’impresa di impegnare l’ascoltatore senza stancarlo, ma piuttosto accompagnandolo in una discesa verso profondità che si fanno attraenti perché ipnotiche, ben orchestrate e sincere. Un lavoro che attira sicuramente su Beatrice Pucci l’attenzione che merita, in attesa di vedere dove porterà la strada di un’artista a suo modo enigmatica, perché ben decisa a non confondersi nella massa.

By |2022-06-03T12:12:38+02:00Giugno 2022|musica, recensioni|