Beatrice Pucci, canzoni come “Figli” e interviste argentate

Beatrice Pucci, canzoni come “Figli” e interviste argentate

Beatrice Pucci è un’artista che è al debutto, è vero, ma pare provenire da una lunga tradizione di musica e parola: Cristina Donà, Radiohead, Ginevra Di Marco e scena folk-rock americana sembrano prendersi per mano nel giro di danze sommesse preludiato da “Figli”, singolo estratto da un disco di prossima pubblicazione, “Le Colline Dell’Argento“.

Noi, che da sempre abbiamo occhio per le cose che valgono, abbiamo deciso di fare qualche domanda all’artista di Civitavecchia, con l’obbiettivo di non perderla più di vista.

Beatrice Pucci, il tuo è un nome nuovo per la scena indipendente nazionale. Aiutiamo i nostri lettori a capire chi sei, facciamo questo gioco: tre aggettivi per descrivere il tuo modo di fare musica, e uno che invece proprio non ti appartiene.

I tre aggettivi che descrivono il mio modo di fare musica sono: istintivo, indefinito e costante. Un aggettivo che non mi piace è indie, una parola che ha cambiato il suo senso originario nel tempo e che continua a ritornare per descrivere le cose più disparate, una parola che oggi risulta un po’ ambigua.

Qual’è il primo ricordo che associ alla musica? La prima “fotografia” che ti viene in mente di te alle prese con le sette note, insomma?

Sicuramente penso al giorno in cui ho comprato la mia prima chitarra in un negozio della mia città, è un ricordo a cui sono legata e in qualche modo mi fa pensare alla musica.

Nel tuo brano d’esordio, “Figli”, fai già sentire quali sono le componenti principali di un lavoro che presto prenderà la forma di un disco d’esordio. Tra le cose che più ci hanno colpito, qui in redazione, c’è sicuramente il “sound”. Sembri non aver alcuna paura dello “sporco”, laddove diventa espressivo: come hai registrato le tue canzoni?

Ho registrato le canzoni a casa mia, sono tutte registrazioni dal vivo fatte utilizzando un tlm 103 e un neve 1073. In quanto allo sporco sono dell’idea che in alcuni contesti lo sporco sia bello, col tempo mi sono accorta che se mi metto a pulire troppo una traccia e ad amputare frequenze cambia radicalmente la sensazione che era lì all’inizio e che io voglio proteggere.

“Figli” si avvale di un testo potente, che malinconicamente ammicca all’idea che, mentre tutto passa, alcune cose non passano ma si fissano, e rimangono. Esiste un mantra, un’attività o una frase che ripeti ogni giorno a te stessa per darti la forza necessaria a non mollare?

Non penso di dover combattere contro qualcosa, a volte è giusto arrendersi, la cosa che mi libera di più è rinunciare alle cose e sapere quando dire basta. Se proprio dovessi scegliere un solo pensiero nella mia vita da tenere per sempre a mente sceglierei questo pensiero.

Quali sono, secondo te, le cose che ci salvano dall’oblio? Come pensi che si possa, in qualche modo, resistere al flusso costante e incessante di tutta questa liquidità che ci circonda e ci sommerge?

La salvezza “dall’oblio”, a volte può essere uno schiaffo, altre volte può essere una carezza, entrambe sono utili dipende sapere cosa ti serve in quel momento.

Consigliaci, prima di salutarci, un disco che ti ha cambiato.

“Threads” dei Now, Now. Ciao!

 

Manuel Apice

Manuel Apice è la somma delle sue domande senza risposta; ci convive bene tranne quando dimentica il suo nome. È laureato in Discipline della Musica e del Teatro all’Università di Bologna, fa il cantautore ed è il vincitore del Premio Fabrizio De André 2018. È sopratutto però un inguaribile narciso, con evidenti problemi di gestione nel controllare l’autoreferenziale abitudine a parlare di sé in terza persona.

By |2022-05-09T10:49:14+02:00Maggio 2022|interviste, musica|