Dentro la nostalgia (che è un oceano) di Milella

Dentro la nostalgia (che è un oceano) di Milella

Solo qualche giorno fa, abbiamo recensito il nuovo album di Milella, il primo per Revubs Dischi, dal titolo “Lido Nostalgia”. Non potevamo farci sfuggire l’occasione di fare due chiacchiere con il talento pugliese, per andare più in profondità circa il suo rapporto con la musica, con la nostalgia e con i cinque brani che compongono il suo EP di debutto.

Michelangelo, ben tornato su Now We Rise! Dicci quanto ti senti cambiato dal tuo esordio col primo singolo, oggi che pubblichi il tuo EP di debutto con Revubs Dischi.

Grazie mille e un saluto a voi! È stato un anno intenso, in cui sono cambiate tante cose nella mia vita di pari passo con la musica, quindi posso dire che questo percorso dell’EP è stato importante anche per la mia vita privata.

Tra l’altro, oggi gli EP (tipiche pubblicazioni da “demo-tape” anni Novanta) stanno tornando in auge. Perché non un album?

Sono stato abituato agli EP dei Verdena durante la mia infanzia alternative-punk, quindi mi sono sempre detto che prima di pubblicare un vero e proprio album, avrei prima intrapreso la strada dell’EP, una sorta di via di mezzo, che raccontano da sempre l’artista, lasciandoti l’amaro in bocca e, sono molto contento stia tornando di moda l’idea dell’EP.

Momento retrospettivo, utile ad inquadrare il tuo percorso. Regalaci il racconto della più grande soddisfazione e della più grande delusione che hai provato in ambito musicale.

La più grande soddisfazione è in realtà suddivisa in più segmenti, ed è il racconto degli ultimi mesi della mia vita, passati fra i messaggi di ragazze e ragazzi che mi hanno scritto per raccontarmi che si sono sentiti compresi dai miei due primi singoli e tutto ciò per me, è davvero un apice inarrivabile, un’emozione vera.

Delusione sicuramente quando ho lasciato per circa due anni la musica suonata, durante la mia adolescenza, perché avevo accanto un “produttore” che mi buttava solo giù, senza spingermi a migliorare, dicendomi che “la musica è per pochi”. I cattivi maestri sono sempre un male incredibile per i sognatori.

Ma la prima volta che sei salito su un palco, te la ricordi?

Era il 2009, suonavo il basso in una band di miei coetanei, abbiamo aperto un concerto durante un festival sull’olio d’oliva e abbiamo suonato tutte le più grandi cover da cliché adolescenziale. Mi ha gasato di brutto salire per la prima volta nella vita su un palco gigante. Successivamente sono arrivati i palchi più piccoli, senza gente costretta ad essere lì per il festival e, ho rimesso le cose in prospettiva.

“Lido Nostalgia” è una raccolta di polaroid piene d’amore e nostalgia, come il titolo fa intendere. Perché hai scelto proprio questo, come titolo della raccolta?

Lido Nostalgia nella mia vita esiste davvero, ed è un lido della mia regione in cui ho passato quasi tutte le estati della mia vita; con gli amici, con la famiglia, con i miei primi amori. Un lido che oramai è per me uno stato mentale, quando chiudo gli occhi torno lì e mi sento bene, una sorta di diario dei segreti.

Il mare, poi, ritorna anche in “L’Oceano”: che rapporto hai con l’acqua, e perché è così centrale nella tua scrittura?

Premessa, non so nuotare, quindi il rapporto di amore/odio che ho con il mare è complicato. Ne sono affascinato, quindi non passa periodo della mia vita – anche non estivo, abitandoci vicino – in cui non vada al mare; ma proprio perché non sono un nuotatore, vivo la spiaggia come una sorta di momento contemplativo, in cui passo la giornata a leggere, scrivere e ascoltare musica. Ci amiamo, ci rispettiamo e ci temiamo a vicenda.

I tuoi brani spesso fanno allusione al concetto di attesa: si aspetta sempre qualcosa o qualcuno, per sapere che non siamo soli. Come vivi le attese, e qual’è la cosa che Milella aspetta da tanto?

Senza le attese, il morso allo stomaco che si prova nelle prime volte, non torna, quindi per me le attese sono fondamentali, come un bambino che vede le cose per la prima volta e si emoziona. Milella aspetta solo di conoscersi meglio, sono il mio migliore amico, quindi non smetto mai di parlare a me stesso.

“Cuore di gesso” è invece un’autobiografia in musica. Insomma, sei cresciuto così tanto da non avere più in odio nemmeno i lunedì! Ci racconti un po’ di questo brano, che tra l’altro è il primo dell’EP?

Questo brano nasce poco prima l’esplosione della pandemia, nel momento esatto in cui ho buttato via ogni brano scritto in precedenza, letteralmente cambiato telefono e archiviando tutte le note. Mi sono messo a nudo, come se dovessi guardarmi allo specchio per la prima volta e mi sono detto: sii sincero con te stesso e mostra le tue fragilità. Ho da sempre cercato il coraggio di “spogliarmi” senza che nessuno potesse farmi del male – a livello emotivo – e, alla fine dovevo farlo per me stesso. Dopotutto crescere non è mai una scelta semplice per i sognatori.

Scegli una canzone di qualcun’altro e usala per salutarci.

Questo periodo sono particolarmente attaccato a “Povero cuore” di Mobrici feat Brunori, quindi vi saluto con quel brano, che fa male e bene al cuore allo stesso tempo.

Manuel Apice

Manuel Apice è la somma delle sue domande senza risposta; ci convive bene tranne quando dimentica il suo nome. È laureato in Discipline della Musica e del Teatro all’Università di Bologna, fa il cantautore ed è il vincitore del Premio Fabrizio De André 2018. È sopratutto però un inguaribile narciso, con evidenti problemi di gestione nel controllare l’autoreferenziale abitudine a parlare di sé in terza persona.

By |2021-11-09T20:20:18+01:00Novembre 2021|musica|