Freaks Out, la recensione

Freaks Out, la recensione

 

Dopo anni di attese e rinvii, finalmente Freaks Out approda sul grande schermo. La produzione è stata lunga e complessa (e dai risultati se ne può intuire il motivo), ma anche la pandemia ha certamente influito sulle tempistiche. Ma l’attesa è valsa la pena.

Sullo sfondo di una Roma martoriata dalle bombe degli aerei nazisti, quattro fenomeni da baraccone dotati di poteri straordinari cercano il loro spazio nel mondo. La loro strada li porterà al Zirkus Berlin, diretto da un gerarca in grado di vedere nel futuro, il quale ha un posto per loro nel suo piano per la salvezza del Terzo Reich.

All’epoca della sua uscita, nell’ormai lontano 2015, Lo Chiamavano Jeeg Robot sembrava la vetta più alta che il cinema italiano di genere potesse raggiungere. Appassionati e addetti ai lavori chiedevano a gran voce un sequel, ma il regista Gabriele Mainetti ha voluto cambiare completamente soggetto (pur restando in ambito supereroistico) e, a conti fatti, ha avuto pienamente ragione.

Freaks Out, a livello di sforzo produttivo, prende le distanze da tutto ciò che è venuto prima di lui. Con soli tredici milioni di euro di budget eguaglia, ed in alcuni momenti supera, le produzioni americane più colossali.

Il richiamo più evidente è quello al cinema di Guillermo del Toro, dal quale Mainetti riprende la poetica della bellezza nella mostruosità, il fascino per gli eventi della Seconda Guerra Mondiale e perfino la tavolozza cromatica. Il risultato tuttavia non è qualcosa di già visto o rimasticato: anzi, in concerto col co-sceneggiatore Nicola Guaglianone, il regista non si accontenta di svolgere il compitino ma decide di realizzare qualcosa di raro perfino nelle produzioni americane. Decide di osare.

I due non si accontentano di mostrare i loro personaggi sempre puliti, sempre perfetti. Li mostrano nudi, sporchi e sanguinanti, e non ci permettono di distogliere lo sguardo nemmeno nei loro momenti più intimi, bizzarri e grotteschi. Unica pecca è che questo non vale per l’approfondimento psicologico dei quattro protagonisti, che si limita a scavare in superficie: come se il regista fosse interessato soprattutto ai loro corpi mostruosi piuttosto a ciò che ribolle dentro le loro teste. Il personaggio col quale è più facile entrare in sintonia è paradossalmente il villain Franz, freak anche lui con le sue sei dita per mano e la sua capacità di vedere nel futuro. Complice anche l’ottima interpretazione di Franz Rogowski, in grado di conferire al personaggio umanità e fragilità che ci permettono di capire anche le sue azioni più disumane.

Perfino sul piano tecnico, Mainetti non si accontenta di quelle quattro inquadrature e movimenti di macchina che gli avrebbero fatto portare a casa il film. Nonostante le produzioni italiane se ne sia apparentemente dimenticate, il regista sa perfettamente che il cinema prende vita anche grazie a grandi momenti scolpiti nell’immaginario dello spettatore. Sfruttando alla perfezione gli spaziosi set naturali che il territorio italiano può offrire, il film gode di un’ampiezza di sguardo che permette ad ogni inquadratura di respirare (cosa difficile da vedere perfino nei blockbuster americani, fatti di set posticci o computer grafica).

Al termine della visione di Freaks Out sin ha la sensazione di aver appena assistito a qualcosa di finalmente nuovo e colossale. Per continuare a vedere sempre più film del genere, il consiglio è quello di sostenerlo affollando le sale del cinema.

Francesco Ramilli

Francesco Ramilli nasce nel 1995 a Cesena. Dopo gli studi al Liceo Classico frequenta il corso di sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia. Dal 2012 al 2018 fa parte del collettivo FRàC grazie al quale pubblica diversi lavori autoprodotti e dal 2015 collabora con il festival Cesena Comics & Stories. Da sempre divora fumetti, libri, film e serie tv. Da grande vuole imparare a scrivere le bio.

By |2021-10-31T10:57:40+01:00Ottobre 2021|cinema, recensioni|