La terra dei figli, la recensione

La terra dei figli, la recensione

 

Un ragazzo vive insieme al padre in una palafitta, sullo sfondo di un’Italia postapocalittica. Non ha nome, il padre lo chiama solo “Figlio”, e non gli ha mai insegnato a leggere o scrivere. Quando l’uomo muore, Figlio decide di avventurarsi oltre la chiusa per farsi leggere il suo diario, che contiene segreti sul mondo che non c’è più e verità sul proprio passato.

“La terra dei figli”, diretto da Claudio Cupellini, è liberamente tratto dal fumetto di Gipi, pubblicato nel 2016 da Coconino Press e vincitore del premio della critica al festival di Angouleme. Il film è uno dei primi tentativi italiani di affrontare il genere apocalittico, e riesce nel suo intento solo in parte.

Nel lavoro di adattamento da un medium all’altro è sempre necessario apportare modifiche e cambiamenti più o meno pesanti all’opera di origine: non tutto ciò che funziona su carta funziona sul grande schermo, e questo è valido sia per il passaggio da romanzo a film sia da fumetto a film, per quanto si tratti in entrambi i casi di mezzi di espressione visivi.

L’Italia arriva sempre con grande ritardo nel campo del cinema di genere, perciò tutto ciò che viene prodotto in territorio nostrano deve farsi strada tra decine, se non centinaia, di prodotti simili del mercato straniero. Questo dovrebbe stimolare e spingere i registi a puntare su qualcosa di nuovo e audace, possibilmente mai visto prima, per dare una connotazione puramente italiana ad un genere già consolidato da altri. Altrimenti la voce si perde in un coro di mille altre tutte uguali.

Il fumetto di Gipi possedeva tutte queste caratteristiche: audacia narrativa, stile personale e un validissimo “production design” (in ambito cinematografico si intende tutto il comparto di scenografie, costumi, trucco).

Purtroppo Claudio Cupellini opta per un aspetto visivo ed uno sviluppo della storia estremamente generico, che pesca a piene mani dal Cormac McCarthy de “La strada” e “Il buio fuori” che però abbiamo già visto in tutte le salse nei film, nei fumetti, nelle serie tv e nei videogiochi americani. La sintesi di tutto questo si esprime perfettamente nell’apparizione di Valeria Golino coi dreadlocks, evidentemente la capigliatura che andrà più di moda dopo la fine del mondo.

La vera forza del film sta tuttavia in un altro aspetto che può sembrare marginale ma è in realtà caratterizzante per il nostro cinema: l’ambientazione. Un valore aggiunto per le produzioni nostrane è infatti la possibilità di girare in bellissimi set naturali, dai monumenti ai paesaggi: elementi che le produzioni americane sostituiscono la maggior parte delle volte con la sofisticatezza di green screen e Stagecraft ma che faticano a simulare l’immersività di un ambiente reale. L’ambientazione de “La terra dei figli” è spettacolare e, quella sì, vista davvero di rado in un film del genere.

Francesco Ramilli

Francesco Ramilli nasce nel 1995 a Cesena. Dopo gli studi al Liceo Classico frequenta il corso di sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia. Dal 2012 al 2018 fa parte del collettivo FRàC grazie al quale pubblica diversi lavori autoprodotti e dal 2015 collabora con il festival Cesena Comics & Stories. Da sempre divora fumetti, libri, film e serie tv. Da grande vuole imparare a scrivere le bio.

By |2021-07-05T17:20:19+02:00Luglio 2021|cinema, recensioni|