Sibode Dj, e tutto il resto è noia

Sibode Dj, e tutto il resto è noia

La prima volta che ho ascoltato Sibode Dj è stato per consiglio di un amico. Uno che organizza concerti, che si dà da fare per fare di questa landa desolata e repellente chiamata “Cultura Italiana” un posto pieno di musica e di cose belle; insomma, uno che – come tanti, come noi – quest’anno si è sentito privare di un lavoro, e non di qualcosa di inessenziale come tanti DPCM hanno cercato di convincerci che fosse il “lavorare nello spettacolo” (“sì, ma nella vita cosa fai?!”).

Ecco, dato che Antonio so avere bei gusti, mi sono fiondato sull’ascolto di “Suko” conteso tra il generalismo del mio giudizio a prima vista (“ma che titolo è? Ma davvero parla di quella cosa lì che non si può dire? Ma è una tutina anni Ottanta, quella?”) e la sensazione che dietro alla mia prima impressione, appunto, si nascondesse una latente incapacità di capire la profondità di una stratificazione irriverente di concetti, che trova espressione sì “nel gesto”, ma che rimanda a qualcosa di altro che sta fuori, e allo stesso tempo intimamente dentro.

No, non è un gioco di parole alla SDj, ma il percorso vincente di un singolo che non è un singolo, di una hit che non è una hit, di uno scherzo che non è uno scherzo (nient’affatto); in “Suko” c’è un’estetica che sfonda la barriera del trash (sì, ammettiamolo: c’è del trash) con un gusto da ballerino, rimanendo funambolicamente in equilibrio tra la confessione e la risata della iena: il risultato è un brano che fa chiedere, fa domandare, apre più domande che risposte pur mascherandosi dietro la semplicità godereccia da dancefloor.

Non è uno inconsapevole, Simone, perché viene da un percorso articolato, fatto di esperienze artistiche diverse che di certo hanno corroborato l’identità multiforme e quanto meno camaleontica del suo alter-ego Sibode Dj: non sta tutto nella tutina che indossa, il potenziale artistico del lucido delirio creativo dell’artista, e credo che il disco ci farà ancora parlare di lui. Almeno, così spero.

Ringraziando Antonio, che come sempre mi fa scoprire musica bella che spero presto di tornare a sentire da sotto qualche palco.

Manuel Apice

Manuel Apice è la somma delle sue domande senza risposta; ci convive bene tranne quando dimentica il suo nome. È laureato in Musica al DAMS di Bologna, fa il cantautore ed è il vincitore del Premio Fabrizio De André 2018. È sopratutto però un inguaribile narciso, con evidenti problemi di gestione nel controllare l’autoreferenziale abitudine a parlare di sé in terza persona.

By |2021-04-16T15:44:49+02:00Aprile 2021|musica, recensioni|