Kublai e l’estatica estetica del suo primo album

Kublai e l’estatica estetica del suo primo album

Non sarà sicuramente un caso quello per cui mi sono imbattuto nell’ascolto di Kublai, giovane artista di Milano, che il 4 dicembre pubblica il suo primo album, omonimo. Dico che non è sicuramente un caso perché sul mio comodino, in attesa di essere finito, giace “Le città invisibili” di Calvino, in cui, per l’appunto, protagonisti narratori sono proprio Kublai Khan e Marco Polo.

Il presupposto per l’immersione all’ascolto non poteva che essere dei migliori. Inoltrandomi nell’album infatti, le tracce, o meglio le arie, si susseguono senza uno stacco netto l’una dall’altra, creando un continuum musicale potenzialmente infinito. La predominante elettronica carica di carisma l’intero album: la scelta di eseguire un lo-fi curato lo rende appetibile all’ascolto. Una volta entrato nel moto ondoso di “Kublai”, traccia dopo traccia, si finisce per perdersi nelle distese di suoni e melodie esotiche.

Al di là dell’estasi musicale, non c’è da sottovalutare tutto il lato letterario. Non dimentichiamo il substrato Calviniano che da forma e misura alla storia di fondo, o meglio al racconto, per restare in tema. Quelle che sono le due voci del mercante veneziano e dell’imperatore dei tartari, si sommano tanto da scomparire poi nell’armonia musicale.

Insomma, un viaggio sensoriale e metafisico che consiglio di provare a tutti.

By |2020-12-05T11:04:29+01:00Dicembre 2020|musica, recensioni|