La Belva, la recensione

La Belva, la recensione

 

Leonida Riva, in congedo e sotto psicofarmaci, è reduce da un passato traumatico nell’esercito. Ora conduce una vita sobria e malinconica. Finché un giorno a qualcuno non viene l’ottima idea di rapirgli la figlia.

Nell’ultimo decennio Hollywood (tocca sempre chiamarla in causa ma per ovvi motivi nel mondo del cinema è la vera e propria apripista) ha rispolverato attori attempati con un passato glorioso del cinema action e li ha messi al centro di nuove pellicole ritagliate su misura per loro. Denzel Washington/The Equalizer, Keanu Reeves/John Wick, Liam Neeson/Bryan Mills, solo per citare i più famosi, sono tornati protagonisti di storie di vendetta e redenzione. Lasciata da parte la componente più fracassona ed esplosiva degli anni ’80, questo “nuovo genere” di eroi anzianotti si concentra maggiormente sulla componente umana. La ragione è, ovviamente, puramente commerciale: il cinema americano sta facendo sempre più fatica a scoprire nuove star dell’action e insiste sulle vecchie glorie che spesso e volentieri riprendono in vecchiaia i ruoli che li lanciarono nella loro epoca d’oro (ad esempio Bruce Willis con John McClane).

In Italia non abbiamo una tradizione di questo tipo, non abbiamo grandi star del cinema action con ruoli da riprendere, e soprattutto non abbiamo un cinema action. Dunque appare fin da subito peculiare un esperimento come La Belva.

Grøenlandia, la casa di produzione sotto la guida dell’intelligentissimo Matteo Rovere (Veloce come il vento, Il Primo Re, Romulus), ha evidentemente fiutato l’occasione di realizzare un action minimale e crudo che non richiedesse budget stratosferici. Il film di Lodovico Di Martino è perfetto sulla carta, grazie alla sua sceneggiatura scarna e asciutta; perfetto nel suo protagonista, con la faccia e la fisicità giustissime di Fabrizio Gifuni; perfetto pure nel suo villain, un Andrea Pennacchi alias Er Pojana inaspettatamente centrato – “inaspettatamente” non tanto per la sua risaputa bravura quanto piuttosto per il physique du role.

Dispiace tuttavia che con delle premesse tali (a partire dal titolo) le scene d’azione si traducano in quanto di meno brutale si possa immaginare. Il piano sequenza nella tromba delle scale in cui culmina la parte centrale sorprende per fiacchezza e poca attenzione al lavoro di stunt: più riuscito in tal senso fu perfino la simile ripresa di 5 è il numero perfetto di Igort, lontano comunque anni luce dalla stessa scena di Atomic Blonde. E quando anche un inseguimento automobilistico mostra tutti i suoi difetti, il più grande dei quali è farci capire che le auto andavano in realtà ai 30km/h, appare chiaro che forse è il caso anche per il nostro cinema di acquisire maggiori competenze in materia.

La Belva, comunque, è un ottimo punto di partenza, ed è impossibile tenergli il broncio: scalda il cuore sapere che almeno qualcuno ci stia provando. E, come si suol dire, solo chi non fa nulla non commette qualche errore.

Francesco Ramilli

Francesco Ramilli nasce nel 1995 a Cesena. Dopo gli studi al Liceo Classico frequenta il corso di sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia. Dal 2012 al 2018 fa parte del collettivo FRàC grazie al quale pubblica diversi lavori autoprodotti e dal 2015 collabora con il festival Cesena Comics & Stories. Da sempre divora fumetti, libri, film e serie tv. Da grande vuole imparare a scrivere le bio.

By |2020-11-30T15:40:01+01:00Novembre 2020|cinema, recensioni|