Il talento del calabrone, la recensione

Il talento del calabrone, la recensione

 

È da qualche anno che il cinema italiano sta conoscendo una nuova rivoluzione, inserendosi sempre più nel solco del cinema americano. Qualcuno sta finalmente capendo che, se la nostra industria cinematografica vuole rinascere e diventare competitiva a livello internazionale, deve ispirarsi a quel modello pur mantenendo una forte identità legata alla storia e al territorio. Oltre a dover tenere conto delle limitazioni dovute al budget, che per ovvi motivi non potranno mai raggiungere quello di un film americano.

Il talento del calabrone di Giacomo Cimini vuole far parte di questo nuovo movimento. E mentre per alcuni aspetti si dimostra un solido esperimento, su altri sembra non avere le idee altrettanto chiare.

Ispirato a pellicole come Talk Radio, Pelham 123, In linea con l’assassino, racconta la storia di Steph, un famoso DJ radiofonico, e di Carlo, un ascoltatore che in diretta annuncia che farà esplodere una bomba nel cuore di Milano.

L’intento di “fare come gli americani” è piuttosto chiaro a partire dalla sceneggiatura di Cimini e Lorenzo Collalti. Le battute messe in bocca ai personaggi sono strappate a forza da un thriller hollywoodiano, con palese difficoltà di resa da parte degli attori con meno esperienza. Quando a pronunciare i dialoghi sono Lorenzo Richelmy e Anna Foglietta il tutto risulta forzato e poco naturale, mentre merita un discorso a parte Sergio Castellitto: si nota la sua grande esperienza di regista e attore anche in produzioni straniere, esperienza che lo rende capace di masticare con disinvoltura anche i dialoghi più artificiosi. Sul piano narrativo, inoltre, non aiuta certo la ricerca dell’iperbole tipicamente americana, a partire da una trama che molto spesso semina dietro di sé qualche buco logico pur di sorprendere e stupire.

Tuttavia, sarebbe ingiusto ignorare i meriti del film di Cimini, soprattutto sul piano tecnico. La regia si dimostra solidissima, priva di guizzi ma che tuttavia riesce a raccontare fluidamente i suoi personaggi. È infatti su di loro che si concentra la trama, e il regista rimane incollato ai suoi attori in spazi piccoli e angusti come la sala di registrazione o l’interno di un’automobile. Se quindi su un piano puramente narrativo il film ha qualche notevole caduta di stile, dal punto di vista tecnico e produttivo merita un forte applauso: quando il budget è basso, occorre fare di necessità virtù.

Pochi set, pochi attori (uno dei quali in stato di grazia), una trama asciugata fino all’osso.

Sembra poco, ma non lo è affatto.

Francesco Ramilli

Francesco Ramilli nasce nel 1995 a Cesena. Dopo gli studi al Liceo Classico frequenta il corso di sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia. Dal 2012 al 2018 fa parte del collettivo FRàC grazie al quale pubblica diversi lavori autoprodotti e dal 2015 collabora con il festival Cesena Comics & Stories. Da sempre divora fumetti, libri, film e serie tv. Da grande vuole imparare a scrivere le bio.

By |2020-11-22T15:51:24+00:00Novembre 2020|cinema, recensioni|