The Head Hunter è il manuale delle produzioni a basso budget

The Head Hunter è il manuale delle produzioni a basso budget

 

The Head Hunter, film del 2018 di Jordan Downey, è finalmente disponibile su Amazon Prime Video. Dopo un paio d’anni in cui la pellicola risultava difficilmente reperibile nei meandri di internet, ora è stato ripescato dal colosso streaming e reso raggiungibile ad un pubblico (meritatamente) più vasto che finalmente potrà godere di un piccolo cult moderno.

Nonostante il budget microscopico, ben al di sotto della produzione hollywoodiana più scalcagnata, il risultato è comunque maggiore della somma delle sue parti.

La storia, la sceneggiatura, il world building

In una fredda landa desolata, un cacciatore colleziona teste di mostro. Ogni volta che suona il corno dalla cima del castello, il grosso guerriero parte in missione. Ma fra le tante teste che è riuscito a decapitare manca quella dell’orribile bestia che ha ucciso sua figlia.

Compiendo una breve ricerca, leggendo le poche righe di trama (davvero non ne serve una di più) e osservando i fotogrammi estrapolati della pellicola, The Head Hunter ha tutta l’aria di un grande fantasy dalle atmosfere sporche e violente, con un budget degno di Game Of Thrones. Ci aspetteremmo di assistere a sontuose battaglie sanguinarie contro giganteschi mostri in CGI, complicate sottotrame, set enormi.

Ma The Head Hunter non mostra niente di tutto questo.

Fa qualcosa di meglio: la scrittura intelligentissima lascia che il film e la sua atmosfera si costruiscano nella mente dello spettatore. Ci viene mostrata solo una parte dell’azione in grado di suggerire un intero mondo. Non ci è concesso ammirare le sontuose battaglie, i giganteschi mostri, gli enormi set. Vediamo solo il cacciatore partire a cavallo e tornare con le sue teste da collezione. Nessuna inquadratura è sprecata, i soldi sono pochi e perfino i tempi di realizzazione sono molto serrati – come da prassi quando il budget è minuscolo e bisogna pagare i tecnici a giornata.

Downey e il co-sceneggiatore Kevin Stewart sfoderano un altro asso dalla loro manica: i dialoghi del film sono quasi assenti. D’altronde l’intera pellicola si regge quasi unicamente sulle spalle di un unico attore, il monumentale Christopher Rygh. Un perfetto esempio di cinema nella sua purezza. Immagini, azione e nulla di più.

Regia e fotografia

Jordan Downey, classe 1986, bazzica il mondo del cinema indipendente da diversi anni. Prima di prendere le redini di The Head Hunter realizza diversi cortometraggi e due film su un tacchino omicida. La sua impronta registica è fortissima, e non si evince dai movimenti di macchina e dalla direzione degli attori. Nulla di sofisticato da quel punto di vista: il suo lavoro risulta minimale, pulito e senza fronzoli. Così come quello del direttore della fotografia, che guarda caso è anche il co-sceneggiatore Kevin Stewart. Insieme i due sono affiatatissimi, e lo dimostrano nella scelta di cosa mostrare e cosa no, su cosa concentrare lo sguardo della telecamera e su cosa sia meglio evitare, su cosa risparmiare budget e su cosa invece sia il caso di investire.

Effetti speciali vs. pratici

Prendiamo The Witcher, la recente serie Netflix che con The Head Hunter condivide il genere fantasy con aspirazioni horror, le creature in CGI ed un protagonista burbero e tendente al mutismo. Nonostante il budget sproporzionatamente più elevato, The Witcher risulta peggiore sotto tutti i punti di vista. La fotografia è piatta (“smarmellata”, per usare un’espressione cara a noi tutti), ed evidenzia tutte le enormi carenze degli effetti speciali e del design delle creature. Non parliamo poi di trama e spessore dei personaggi.

The Head Hunter, oltre a non mostrare mai i mostri nella loro interezza, concentra tutte le sue risorse su un fenomenale reparto di creazione dei props. È meglio vedere i mostri nella loro bruttezza digitale o solo le loro teste, lasciando macinare la fantasia?

La risposta giusta.

La risposta sbagliata.

E se proprio c’è da mostrare qualcosa, perché non approfittare del buio? Oltre a conferire un’atmosfera ben definita, le location in ombra e le grotte oscure tengono sapientemente nascosto tutto ciò che è meglio non mettere in bella vista per evitare di scadere nel ridicolo e polverizzare la sospensione dell’incredulità.

Il budget

E infine, l’elemento più importante da tenere in considerazione: quanto è costato tutto questo?

30.000 dollari.

Non sono certo bruscolini, ma tenendo conto che il già citato The Witcher è costato 10 milioni ad episodio (80 in totale) e che il costo medio di un film americano a basso budget si aggira attorno a qualche milione, possiamo farci un’idea delle proporzioni della produzione di The Head Hunter.

Il quale potrebbe essere preso come esempio anche qui in Italia, dove con budget molto più grandi si realizzano i film sciatti e mediocri di cui tutti siamo a conoscenza. Solo negli ultimi anni stiamo riuscendo ad apprendere qualche lezione (basti pensare al capolavoro che è Il Primo Re), ma siamo ancora lontani dall’adottare questa mentalità come modello e regola. La giustificazione tutta italiana del “non abbiamo il budget di Hollywood” è proprio ciò che sembra, una semplice scusa. Con le più piccole risorse si possono produrre grandi film.

Francesco Ramilli

Francesco Ramilli nasce nel 1995 a Cesena. Dopo gli studi al Liceo Classico frequenta il corso di sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia. Dal 2012 al 2018 fa parte del collettivo FRàC grazie al quale pubblica diversi lavori autoprodotti e dal 2015 collabora con il festival Cesena Comics & Stories. Da sempre divora fumetti, libri, film e serie tv. Da grande vuole imparare a scrivere le bio.

By |2020-11-05T16:20:19+00:00Novembre 2020|cinema|