Il processo ai Chicago 7, la recensione

Il processo ai Chicago 7, la recensione

 

Il 2020 è un anno delicato. Per tutto il Mondo a causa della pandemia, certo, ma per gli USA in particolare: al disastro sanitario ed economico si vanno a sommare le rivolte per le palesi ingiustizie sociali e le elezioni “più importanti della Storia”.

In un periodo tanto turbolento, Netflix non si lascia sfuggire l’occasione di distribuire Il processo ai Chicago 7. L’ultimo film di Aaron Sorkin, ironia della sorte, sarebbe dovuto arrivare in sala con la Paramount ma secondo gli analisti non sarebbe stato appetibile per l’unico pubblico abbastanza ingenuo da frequentare una sala cinematografica… i negazionisti del Covid. Non proprio una fascia demografica interessata ad una storia di attivisti liberali.

La vicenda infatti si basa sul reale processo a sette attivisti più una Pantera Nera (poi rilasciata perché palesemente innocente) coinvolti nelle proteste contro la guerra del Vietnam. I sette si trovarono a dover fronteggiare una corte ostile, per poi uscirne faticosamente vincitori dopo un processo durato quasi un anno.

Aaron Sorkin si dimostra in grado di comprimere una storia corposissima, costellata di eventi e protagonisti, in un film di due ore. Non c’erano dubbi sulla sua abilità di storyteller, capace di caratterizzare un personaggio con pochi colpi di penna: tutti i protagonisti e gli eventi storici di partenza vengono presentati in 10 minuti d’orologio, per poi diluire e centellinare le altre informazioni lungo tutta la durata della pellicola.

Se dal punto di vista dello storytelling “Il processo ai Chicago 7” risulta una masterclass di struttura e dialoghi, è meno incisivo sul piano dei contenuti. Sorkin infatti appesantisce il film di una morale e di un patriottismo piuttosto spicciolo dove i buoni sono martiri e i cattivi sono ottusi e malvagi. Questo manicheismo purtroppo affossa le scene che nelle intenzioni vorrebbero essere colme di pathos senza lasciare spazio alle sfumature. Piuttosto che raccontare un evento reale sembra di assistere ad una fiaba d’altri tempi, quasi frivola se osservata in un contesto sfaccettato come quello del 2020.

Pochi registi sono in grado di raccontare le storie vere bilanciando con delicatezza i vari elementi (basti pensare a Spielberg, che comunque qualche inciampo nel curriculum ce l’ha), delude purtroppo vedere una banalizzazione tale nelle mani di un autore come Sorkin che è riuscito a partorire capolavori come The Social Network o The Newsroom.

Francesco Ramilli

Francesco Ramilli nasce nel 1995 a Cesena. Dopo gli studi al Liceo Classico frequenta il corso di sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia. Dal 2012 al 2018 fa parte del collettivo FRàC grazie al quale pubblica diversi lavori autoprodotti e dal 2015 collabora con il festival Cesena Comics & Stories. Da sempre divora fumetti, libri, film e serie tv. Da grande vuole imparare a scrivere le bio.

By |2020-10-12T16:13:25+00:00Ottobre 2020|cinema, recensioni|