Il condottiero del nuovo pop: a tu per tu con Napoleone

Il condottiero del nuovo pop: a tu per tu con Napoleone

Napoleone è uno dei nomi più interessanti del panorama indipendente nazionale: strenuo difensore delle radici e alfiere di un pop diverso, fatto di incontro fra dialetto ed innovazione musicale, con il suo ultimo singolo “Porta pacienza” ci ha convinti definitivamente ad approfondire la sua conoscenza. Il risultato di questo incontro è l’intervista che segue.

Napoleone benvenuto, da poco hai lanciato questo tuo progetto personale, partiamo dalle origini, che storia vuoi raccontare?

Finito il liceo mi sono iscritto alla facoltà di Archeologia a Napoli, purtroppo ho abbandonato dopo un anno e mezzo per inseguire il sogno della musica. Una delle prime cose che ho imparato è che abbiamo tutti una storia comune, che prima o poi “si esce a parenti” come dicono dalle mie parti. Mi piacerebbe che queste canzoni fossero di tutti, senza etichette e senza genere e l’unico modo che ho per farlo è quello di raccontare una storia comune, la storia di tutti.

Quando hai deciso di lanciarti in questa sfida, quali sono le difficoltà che hai incontrato e quali sono invece le soddisfazioni che non ti aspettavi?

Sono il discografico di me stesso insieme a Gianluigi Manzo e Andrea Campajola. Abbiamo creduto nel progetto e nelle canzoni. Insieme abbiamo deciso di buttarci in questa avventura ma ovviamente senza una vera e propria struttura alle spalle non ci si poteva aspettare grandi cose. Invece con nostra grande sorpresa “Amalfi” è stata ben accolta da tutti. Sono felicissimo perché ho visto crescere dei numeri importanti con la sola forza di una canzone.

“Amalfi” è il primo tassello per chi vuole immergersi in questa storia, perché hai scelto proprio questa località?

Perché racconto una storia ambientata ad Amalfi. Ogni canzone è un capitolo di questa storia e alla fine spero di riuscire ad impacchettare tutto in un album.

L’impossibilità di vivere un amore alla luce del sole è il fulcro di “Porta pacienza”, raccontaci come è nato questo brano…

Sullo sfondo c’è un sud Italia molto fragile. La seconda guerra mondiale è appena finita e Vito e Maddalena pensano che oltre alle bombe la guerra si sia portata via anche certi preconcetti patriarcali che in realtà sono ancora ben radicati. Purtroppo per loro non è cosi e Vito dovrà fare i conti con la famiglia di lei.

Al centro del progetto c’è la volontà di restituire al dialetto il proprio valore culturale, ti viene spontaneo scrivere in questo modo?

Ci sono articoli interessanti online che parlano di “glottofobia” che non è da confondere con la “glossofobia”. Noto che molti miei conterranei sentono il bisogno di camuffare il proprio accento. C’è questo timore che si possa essere discriminati anche solo dal modo che si ha di parlare. Diciamo che a me viene spontaneo raccontare questa storia in questo modo. Alla fine è qualcosa che faccio anche nel quotidiano, nonostante io viva a Torino da qualche anno non ho mai perso il mio accento campano. Mi sembra cosi stupido dover nascondersi dietro un accento diverso.

E adesso cosa dobbiamo aspettarci dal terzo capitolo?

Grandi sorprese, nuove canzoni e compagni di viaggio speciali.

 

Manuel Apice

Manuel Apice è la somma delle sue domande senza risposta; ci convive bene tranne quando dimentica il suo nome. È laureato in Musica al DAMS di Bologna, fa il cantautore ed è il vincitore del Premio Fabrizio De André 2018. È sopratutto però un inguaribile narciso, con evidenti problemi di gestione nel controllare l’autoreferenziale abitudine a parlare di sé in terza persona.

By |2020-10-06T14:08:21+00:00Ottobre 2020|interviste, musica|