A tu per tu con La Preghiera di Jonah

A tu per tu con La Preghiera di Jonah

La Preghiera di Jonah ci piace perché fa ancora le cose alla vecchia maniera, con un impianto di fondo rock’n’roll (anche se “Case Popolari”, il loro terzo singolo, presenta un’evidente quanto interessante deviazione verso l’elettronica) senza perdere la carezza gentile di una scrittura dolcissima, per quanto spigolosa e talvolta più che diretta. Insomma, c’erano tutti gli elementi di partenza necessari per provare a fare qualche domanda alla band salernitana, che ormai sembra essere prossima alla pubblicazione del primo disco.

Ciao LPDJ, domanda spaccaghiaccio difficilissima, pur nella sua semplicità: come state, all’alba dell’uscita di “Case Popolari”?

Felici, spaventati, e super carichi.

Partiamo subito col gossip: raccontateci la situazione più imbarazzante che vi siete trovati a vivere su un palco.

Di situazioni imbarazzanti sul palco ne saranno successe a bizzeffe, il punto è che l’alcool pre-concerto ci fa entrare in un nuovo universo che allo scoccare dell’ultima nota collassa su se stesso.
Questa magnifica immagine pensiamo sia abbastanza imbarazzante no?! Hahaha

Ma ce la spiegate la derivazione del vostro nome? C’è un collegamento – in qualche modo – tra Jonah e la musica che fate?

In realtà per farla breve un collegamento tra il profeta e noi, è la pesantezza del profeta Giona, che è la stessa di Jonah. Poi per il resto, non c’è un collegamento stretto con la nostra musica.

“Case Popolari” sa di inno generazionale. Ce lo raccontate?

“Case pop” (si vi sveliamo un segreto, per noi il titolo non ufficiale è questo: “Case pop”) è nato per puro caso durante le nostre prove in saletta, e ricordo che in quel periodo nella mia piccola città di provincia, era stata rubata la statua di Gesù Bambino da una chiesa, e quindi è tutto partito da lì e dal voler raccontare la realtà delle periferie dove ci siamo ritrovati a crescere.

E invece, voi, vi sentite parte della vostra generazione? E quale pensate che sia il quid identitario – sempre che esista – della vostra generazione?

I tempi cambiano e tutto evolve così velocemente che forse non esiste più il tempo materiale per creare un identità forte a cui fare fede.

Domanda classica di chiusura, per dare la giusta circolarità alla banalità delle nostre domande: progetti per il futuro? C’è o non c’è un disco in arrivo?

Sì, il disco è in arrivo  su un Frecciarossa, appena arriva vi avvisiamo.

Manuel Apice

Manuel Apice è la somma delle sue domande senza risposta; ci convive bene tranne quando dimentica il suo nome. È laureato in Musica al DAMS di Bologna, fa il cantautore ed è il vincitore del Premio Fabrizio De André 2018. È sopratutto però un inguaribile narciso, con evidenti problemi di gestione nel controllare l’autoreferenziale abitudine a parlare di sé in terza persona.

By |2020-10-04T13:12:54+00:00Ottobre 2020|interviste, musica|