A tu per tu con Federico Cacciatori

A tu per tu con Federico Cacciatori

Federico Cacciatori, classe 1999 e già un sacco di gavetta alle spalle. Esordio da solista come punto di partenza o punto d’arrivo?

Esordio da solista assolutamente come un punto di partenza!

Ascoltando “Moments from space” ho subito pensato che la batteria sia lo strumento più sottovalutato del panorama pop, a livello compositivo. Cosa ne pensi?

Credo che nel panorama musicale odierno la batteria sia sicuramente uno degli strumenti più sottovalutati, per un motivo ben preciso. Voglio usare due termini che apparentemente potrebbero sembrare dissonanti tra loro: minimalismo e globalizzazione. Vi spiego immediatamente: prendete qualsiasi playlist di Spotify (dato che siamo nell’era dello streaming), ad esempio le Top 50 di Paesi diversi nel mondo, e anche molto distanti tra loro. Noterete una cosa inquietante, ovvero che la metà dei brani di queste playlist hanno le stesse linee ritmiche, gli stessi suoni e sembrano tutte quante suonate dallo stesso batterista. Oggi il linguaggio batteristico ha assunto un carattere molto vicino a quello della pubblicità che tende alla semplificazione massima del messaggio per vendere il prodotto nel minor tempo possibile. Le parole chiave per un batterista sono semplicità, ripetitività, incisività. È molto difficile avere libertà a livello creativo, specialmente nella musica commerciale. Credo che un batterista ad un certo punto della propria carriera debba chiedersi: “voglio davvero suonare pop? Sono predisposto a portare sulle spalle dei vincoli?”. Se la risposta fosse sì, è meglio per loro mettersi ad ascoltare, studiare e a conoscere il linguaggio pop. Se quella non fosse la loro strada? Beh, allora c’è il jazz!

Da dove nasce il concept del disco?

L’idea del disco è nata durante il periodo di lockdown, quando iniziai a scrivere una storia che sarebbe poi diventata il filo conduttore di tutto. Parla di un uomo qualsiasi che, mentre pratica una delle sue attività quotidiane, viene catapultato come per magia in una realtà spaziale. Nello spazio deve fare i conti con l’assenza di tutto quello che rappresenti la sua quotidianità, ma soprattutto deve fare ameno della sua realtà. Il tema principale è l’ importanza di provare sentimenti ed emozioni. Inizialmente la mia idea era quella di scrivere un’unica canzone che racchiudesse tutta la storia, ma poi mi resi conto che per trasmettere tutto questo necessitassi di più spazio e più tempo, e così ho deciso di comporre un album.

Tra l’altro, collegato all’uscita del disco, c’è anche la pubblicazione di un
videoclip altrettanto “spaziale”… Ti va di parlarcene?

Assolutamente sì. Il videoclip a suo modo cerca di raccontare quella che è la storia legata al disco. La parte iniziale è girata dentro ad una stanza, addobbata e decorata con molti oggetti fantasiosi e in un certo senso spaziali. Poi c’è la mia figura, che è intenta a praticare una delle cose abitudinarie che normalmente tutti i giorni faccio, cioè sedermi alla batteria e suonare… all’improvviso, qualcosa non va: la luce inizia a spegnersi e accendersi in maniera discontinua, la mia bacchetta inizia a fluttuare in aria e come per magia vengo catapultato in un altro pianeta, l’adrenalina e l’euforia non mi fanno più smettere di suonare. Dopodiché, vengo materialmente assalito da una tempesta che mi porta in un altro pianeta ancora, e inconscio di quello che sta accadendo continuo a suonare, per poi tornare di punto in bianco nella mia camera. Stupefatto dall’accaduto, smetto di suonare mi avvicino alla finestra, e guardando al di fuori di essa mi rendo conto che tutto quel viaggio spaziale è stato solo un viaggio immaginario.

Vieni dalla provincia, sei cresciuto alle pendici delle cave di Carrara. Quanto ti senti influenzato, in qualche modo, dal mondo che ti circonda?

Sicuramente la zona in cui abito è unica al mondo, siamo a due passi dal mare e a pochi passi dalle montagne; per trovare ispirazione per il disco molte volte mi sono recato sulle Alpi Apuane, al mare non mi ci sono avvicinato minimamente perché non mi tocca così tanto. Invece sulle montagne si ascolta una quiete inaudita, credo che sia molto importante per comporre trovare dei luoghi di puro silenzio.

Se dovessi scegliere un pianeta su cui andare a vivere, quale sarebbe?

Se dovessi scegliere un pianeta su cui andare a vivere ipotizzando che sia possibile la vita su di esso, sceglierei Giove. Dicono che sia un pianeta molto freddo. Sarei molto curioso di vedere se il “calore” dell’uomo possa in qualche modo surriscaldare il pianeta.

Consigliaci un libro che non possiamo perderci.

Vi consiglierei “Inseguendo quel suono” del maestro Ennio Morricone che quasi sicuramente ci starà leggendo da lassù. Lo definirei un libro completo, è un dialogo personale molto profondo e allo stesso tempo chiaro e coinciso nel parlare di vita, di musica e dei modi strabilianti e imprevedibili attraverso i quali esistenza e musica entrano in contatto e si influenzano a vicenda.

Salutaci, e facci una promessa che un giorno ti potremo rinfacciare di non aver mantenuto!

Vi saluto, con un caloroso ringraziamento e un forte abbraccio. Una promessa che un giorno potrete rinfacciarmi di non aver mantenuto? Vi prometto che questa sarà la nostra ultima intervista!

Manuel Apice

Manuel Apice è la somma delle sue domande senza risposta; ci convive bene tranne quando dimentica il suo nome. È laureato in Musica al DAMS di Bologna, fa il cantautore ed è il vincitore del Premio Fabrizio De André 2018. È sopratutto però un inguaribile narciso, con evidenti problemi di gestione nel controllare l’autoreferenziale abitudine a parlare di sé in terza persona.

By |2020-09-13T19:16:04+00:00Settembre 2020|interviste, musica|