Stagi, il parcheggiatore abusivo

Stagi, il parcheggiatore abusivo

Stagi è l’imprevedibile precipitare degli eventi, la torre di Pisa che crolla e la cappella Sistina che si sgretola sotto le tenaglie di una qualche improbabile invasione aliena, o che so io, sotto il peso di un Godzilla che affaticato dalla distruzione appena compiuta decide di farsi un pisolino in Piazza San Pietro.

Dico così perché tra le varie cose assurde successe in questo 2020 (che farebbero impallidire sia Godzilla che gli alieni) mai mi sarai aspettato di veder coronata la mia attesa – durata un anno, mica spiccioli – attraverso la pubblicazione del secondo singolo del cantautore spezzino, che già con “Stalattiti” aveva urlato al mondo tutto il suo confusissimo – e per questo, affascinante – modo di vivere la realtà e che oggi torna a parlare d’amore, di morte e di altre sciocchezze in “Spiccioli”.

Se credete di trovarvi di fronte all’ennesimo surrogato ambulante di ricette già testate e abusate, regalatevi la gioia di veder crollare ogni vostra pessimistica aspettativa sul futuro della musica nostrana: Stagi porta l’apocalisse nelle parole e nelle immagini, distorce la realtà (almeno, la realtà alla quale apparteniamo noi, comuni mortali che mai nella vita vedremmo l’amore come un parchimetro) e la relega ad un angolino buio, per lasciare spazio a proiezioni oniriche di mondi interiori che a tratti impauriscono, a tratti affascinano (un po’ come Stagi).

“Spiccioli” è la risposta giusta a “le parole d’amore, una noia mortale” (con buona pace di Colapesce e Dimartino) e all’idea che non si possa parlare di certe cose – pur nella libidinosa e talvolta perversa libertà anarchica apparentemente concessa alla nuova scena “indipendente” solo a parole – in un modo diverso, controverso solo per chi di fronte a sé vede solo una strada.

Ecco, Stagi procede a zigzag, arriva in ritardo sugli orari e spesso si perde lungo il cammino: ma i posti che vedono i suoi occhi sono meravigliosi. E si sa: la bellezza sta negli occhi di chi osserva, e sa osservare.

Manuel Apice

Manuel Apice è la somma delle sue domande senza risposta; ci convive bene tranne quando dimentica il suo nome. È laureato in Musica al DAMS di Bologna, fa il cantautore ed è il vincitore del Premio Fabrizio De André 2018. È sopratutto però un inguaribile narciso, con evidenti problemi di gestione nel controllare l’autoreferenziale abitudine a parlare di sé in terza persona.

By |2020-09-11T15:43:39+00:00Settembre 2020|musica, recensioni|