“Memorie sfocate” –– SLOW FADE TO BLACK di Carrie Mae Weems

“Memorie sfocate” –– SLOW FADE TO BLACK di Carrie Mae Weems

Un pilastro fondante della fotografia è la memoria: dall’Ottocento l’uomo contemporaneo ha usato lenti, specchi e chimici per poter conservare se stesso e la propria esperienza del mondo che lo circonda. Tuttavia alcune esperienze sono state violentemente valutate meno importanti di altre; sono state nascoste, censurate, negate o relegate a un secondo piano d’importanza.

La brillante fotografa americana Carrie Mae Weems ci parla di questo con ricchezza e poesia.

I suoi lavori, presenti in istituzioni che vanno dal Met al Tate Museum – fino a una più recente collaborazione come artista-curatrice al Guggenheim di New York – mettono in risalto la ricchissima cultura afroamericana e la sua elaborazione attraverso lo sguardo concettuale e raffinato dell’artista.

previous arrow
next arrow
Slider

Slow fade to black, che vede la luce nel 2010, potremmo definirla un’analisi della cernita culturale di cosa è stato ritenuto degno di sopravvivenza nella cultura pop americana. Accorgendosi che le icone afroamericane della musica che ascoltava sin da bambina erano state pian piano dimenticate dalle emittenti radiofoniche, Carrie Mae Weems decide di raccogliere una serie di ritratti di queste icone, restituendogli una visibilità che rende però provocatoria attraverso l’utilizzo dello sfocato. L’artista riesce a portare sui celebri muri dei più importanti musei degli Stati Uniti donne afroamericane a cui sono stati tolti i riflettori e la sua operazione concettuale diventa qui geniale: per guardarle bene ti devi sforzare, devi volerlo.

Le icone sono spesso raffigurate in pose drammatiche, potenti, che riescono a far vibrare di vocalità il silenzio della fotografia: più le si osservano più emergono le voci di Eartha Kitt, Dorothy Dandridge, Betty Carter etc. Ma la musica riesce a sorgere anche qualora non si conoscessero queste grandi donne, sotto forma di note immaginarie che riescono ad oltrepassare lo sfocato stesso.

Altra cifra stilistica di quest’opera è l’uso del colore. Il linguaggio del bianco e nero non è utile a questo progetto, servono gli stessi colori che l’artista ha utilizzato nella serie Colored People, dell’89-90. Anche lo studio cromatico diventa qui critica sociale: con l’utilizzo di questi pantoni monocromatici molto saturati, Carrie Mae Weems riesce a evidenziare la finzione del colore, che trascende l’opera e fa riflettere sui colori che imponiamo e vediamo nelle persone che ci circondano. Colori tanto costruiti quanto quei ciani, gialli e magenta delle sue fotografie.

Tanto impressionata dalla serva dell’Olympia, che Manet aveva pressoché mimetizzato con lo sfondo, con Slow fade to black Carrie Mae Weems porta lo sfondo in primo piano senza però chiudere il diaframma, lasciandolo sfocato per costringerti a strizzare gli occhi e soffermarti su figure di una memoria pian piano in dissolvenza.

Pier Paolo Zimmermann

Nasce a Parigi nel 1997. Dopo essersi diplomato al Liceo Classico di Cesena, frequenta il corso di Cinematografia tenuto dall’associazione bolognese Rosencrantz & Guildenstern. Ad oggi, amante del masochismo, si giostra tra la triennale di Antropologia dell’Alma Mater Studiorum di Bologna e il corso biennale di Fotografia tenuto da Spazio Labò. Dal 2008 collabora in diverse produzioni teatrali con la Socìetas Raffaello Sanzio.

By |2020-07-07T12:07:36+00:00Luglio 2020|recensioni, spettacoli|