Canti Rossi e riflessioni esistenziali con Rocco Rosignoli

Canti Rossi e riflessioni esistenziali con Rocco Rosignoli

Rocco Rosignoli è un nome conosciuto sulla scena musicale italiana; menestrello, baccelliere di parola e militante della musica, è tornato a far sentire la sua voce durante la grande tempesta Covid con “Canti Rossi“, una raccolta di canti tradizionali di ispirazione politica e libertaria riarrangiati e riproposti dal musicista di Parma. Abbiamo fatto quattro chiacchiere (e qualcosa di più) con lui per saperne di più; il risultato, è una conversazione a tutto tondo sulla Storia moderna, sul mercato e sulle rivoluzioni mancate. Ma sopratutto, su quelle che non mancherà di continuare ad inseguire Rocco Rosignoli.

Rocco, dopo tre album di brani originali, nel pieno della tormenta virale, decidi di tornare a far sentire la tua voce con un nuovo disco che sa di almanacco di cose perdute, di memorandum necessario a generazioni che sono e che saranno. Quanto “Canti Rossi” nasce da un’urgenza di tutela, e quanto senti in pericolo la memoria artistica – oltre che ideologica, e umana – dei canti contenuti nell’album?

Ciao Manuel, e grazie per questa domanda! Credo che in realtà ci sia stato, e tuttora ci sia, chi la memoria di questi brani l’ha difesa ben più meritoriamente di me. Gente che queste canzoni le ha scoperte, le ha scritte, le ha consegnate a una tradizione. Io me ne sono fatto interprete in questo disco, perché nella mia attività dal vivo lo faccio da più di dieci anni, ma ancora non c’era un album che lo testimoniasse. La memoria è sempre sotto attacco, rischia di essere manipolata, cancellata e riscritta – e in questi ultimi anni lo abbiamo visto succedere. Quello che chi canta può fare è inserirsi in un solco differente. Io l’ho fatto scegliendo un repertorio decisamente schierato.

 

Ci racconti un po’ la genesi del lavoro? “Canti Rossi”, nella somma delle sue tracce, cela dietro di sé un percorso di raccolta e di studio di repertori diversi che sicuramente non si improvvisa ma richiede attenzione, ricerca e una grande dose di sentimento. Come si è sviluppato il tutto, e soprattutto quale è stato il lume della ricerca, l’obbiettivo della tua opera di selezione, oltre che di cernita? Hai recuperato e salvaguardato tante perle, ma sicuramente ti sarai trovato a doverne mettere da parte (per un secondo volume, magari?) tante altre…

Sì, ho dovuto fare delle scelte, ed alcune sono state dolorose, ma necessarie. Credo che il percorso disegnato da “Canti Rossi” sia piuttosto netto, è un viaggio nel tempo, che parte dall’anarchismo di fine secolo con il Sante Caserio di Pietro Gori, uno dei poeti rivoluzionari più ispirati, e attraversa la grande guerra, i tentativi di rivoluzione europei, la guerra civile di Spagna, per poi tuffarsi a capofitto nel repertorio di resistenza e da lì traghettarci al dopoguerra, e alla ricerca dell’ideale rivoluzionario, una scintilla che è viva tutt’oggi. Sono canti rivoluzionari, ma gli uomini che li cantavano hanno sempre visto le loro rivoluzioni tradite, decapitate; quando la lotta finiva, si accorgevano che la loro forza era stata convogliata in favore degli interessi di qualcuno, interessato non a un mondo nuovo, ma a qualcosa di diverso, di più immediatamente remunerativo. È un finale drammatico ma ricorrente. Ma lo spirito della rivoluzione vive ancora, e credo che gli eventi che si stanno svolgendo negli Stati Uniti lo stiano ricordando con decisione a tutto il mondo.

Perché decidere di pubblicare un album del genere in un momento così delicato come quello della quarantena, in cui altri tuoi colleghi hanno deciso di procrastinare uscite, per evitare di non poterle promuovere efficacemente?

Non ti nascondo che è una decisione che abbiamo provato a prendere anche noi. Il disco stava per essere lanciato ai primi di marzo, e abbiamo preferito rimandare l’uscita. L’abbiamo fissata per il 20 di aprile. Poi le misure sono state allungate, come ben sappiamo. Data però la vicinanza del 20 aprile con la ricorrenza della Liberazione, abbiamo comunque deciso di mantenere quella data. Senza voler paragonarmi minimamente ai partigiani veri, in quel momento era un minuscolo gesto di resistenza anche questo. Il lato positivo è che abbiamo anche potuto fare un evento di presentazione in occasione del 25 aprile, con l’ANPI provinciale e cittadina di Parma. L’ANPI è l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, a cui sono iscritto e in cui milito attivamente. Il disco ha il patrocinio delle sezioni Provinciale e Cittadina, e la presentazione del disco, che si è svolta necessariamente in streaming, ha visto un’introduzione dei presidenti provinciale Aldo Montermini e cittadino Brunella Manotti. Due persone di profonda cultura e sensibilità, il cui appoggio personale, oltre che istituzionale, mi onora tantissimo. E ne approfitto per ringraziarli ancora.

Ognuna delle quindici tracce del disco vive su due livelli diversi: sicuramente vi è quello di carattere storiografico – se così possiamo dire -, con la sua attinenza ad uno spazio e ad un tempo ben preciso; poi, vi è quello interpretativo e metaforico, che rende bene la necessità implicita nell’attualità di un disco come “Canti Rossi”. Ti racconto un piccolo aneddoto: anni fa, ebbi la fortuna di partecipare alla ricorrenza dei settant’anni della Liberazione del campo di Mauthausen; delegazioni da tutto il mondo sfilavano sotto la porta del lager, accompagnate da una piccola orchestra che ne intonava i rispettivi inni nazionali. Quando fu la volta della delegazione italiana, invece che l’Inno di Mameli ad accompagnare la nostra entrata fu intonata “Bella Ciao”; ricordo che scoppiai a piangere, e mi sentii tremendamente orgoglioso e fiero di essere italiano, anche perché figlio della Resistenza. E allora, alla luce di questa enorme prolassi verbosa, ti chiedo: è giusto limitare la portata di “Canti Rossi” ad un’opera univoca, diretta solo verso un certo tipo di ascoltatore, con precise idee politiche? Perché secondo me, dietro il tuo lavoro di recupero, c’è una visione ben più allargata, e trans-politica, profondamente umana.

Sai, l’Italia è un paese difficile, ed è ancora profondamente diviso dopo ottant’anni dall’ultima guerra, che lo ha davvero lacerato. La famosa amnistia di Togliatti ha impedito di defascistizzare per davvero il paese. Oggi il fascismo com’era allora non esiste più, è morto con Mussolini, ma non sono in pochi a pensare che Mussolini alla fin fine fosse una brava persona, e i partigiani no. Negli anni ’90 e nei primi 2000 oltretutto abbiamo assistito a un vero tentativo di revisionismo ideologico di quell’epoca, che nel migliore dei casi voleva equiparare la memoria di partigiani e repubblichini, nel peggiore far passare tutti i partigiani per dei criminali. Una roba inaccettabile, ma parte del paese era pronta ad accogliere quella narrazione, perché probabilmente era adeguata a ciò che la loro famiglia poteva aver vissuto, e a come quella memoria si era tramandata nelle loro case. Tu dici di essere figlio della Resistenza, qualcuno probabilmente si sente nipote della lupa… e Giampiero Alloisio sosteneva che “siamo tutti, a conti fatti, gli adottivi di Togliatti”. Quella della memoria condivisa è una pura bugia, non può esistere. Credo che questo impedisca a un pubblico orientato verso un’area politica di destra di poter provare le mie stesse emozioni ad ascoltare queste canzoni. Per me prima di tutto viene un aspetto emotivo, che è attuale perché le emozioni avvengono sempre nel qui e ora. La mia visione è allargata, ma è anche quella di un fiero militante comunista. Questo non può piacere a tutti, e a me sta bene così.

Quanto c’è di Rocco Rosignoli in ognuno di questi canti? Sembra quasi che siano delle suppurazioni fisiologiche, come fossero il tuo sudore, le tue lacrime, la tua saliva. Insomma, per quanto non siano brani scritti di tuo pugno sembra che ti appartengano, visceralmente.

C’è tantissimo. Ho scelto proprio i canti che mi coinvolgono di più. Mi appartengono perché sono di tutti, e li sento dentro perché la mia è la storia di quelle generazioni senza nome che nei secoli hanno sempre obbedito, occupando rispettosi il loro posto nel mondo, finché non hanno scoperto che ci si poteva ribellare, che ci si deve ribellare perché l’umanità migliori. E pensare questa gente mi fa sentire forte.

Faccio parte della generazione di giovani che sono cresciuti con i grandi cantautori, ma che ora non riescono a trovare alfieri degni del passato tra i ricambi generazionali. A volte credo che la differenza tra ieri e oggi stia proprio in questo: Guccini, De André e Lolli (per citarti alcuni dei miei preferiti) cantavano l’identità politica di una generazione fortemente definita; i nostri Calcutta, Giorgio Poi e I Cani (per parlarti delle ultime leve artisticamente valide) fanno lo stesso in fondo, e la loro musica può apparire ad alcuni così priva di precisa identità perché è la generazione a cui appartengono e alla quale si riferiscono che è poco definita. Insomma, la loro musica è identitaria per una generazione senza identità. Cosa ne pensi della mia riflessione e soprattutto: che spazio può trovare, in un contesto simile, la canzone d’impegno, come la si intendeva fino a qualche decennio fa?

Aiuto, che domandona, prevedo una risposta fiume. Parto col dire: non penso che esistano generazioni senza identità. Penso che esistano narrazioni fatte dai vecchi, che l’identità nuova non sono in grado di scorgerla perché è troppo distante dai loro parametri. In realtà la generazione dei giovanissimi di oggi sta facendo grandi cose, che la mia quando aveva la loro età non ha fatto (all’epoca il vento della storia soffiava in un’altra direzione, si era freschi orfani del blocco socialista e si scoprivano i suoi orrori, mentre gli yuppies si ubriacavano di promesse della new economy; il movimento no global portò un’aria diversa, ma fu affossato dalla repressione). Penso al movimento Fridays For Future, al Black Lives Matter, in misura minore anche a quel fenomeno discutibile che son state le Sardine. Movimenti che hanno visto e vedono la grande partecipazione di ragazzi tra i 14 e i 20 anni. Gente che in questo mondo c’è nata, e che vede perfettamente che i suoi problemi non sono quelli che gli raccontano, ma ben altri. Vedono perfettamente che l’immigrazione è uno spauracchio agitato senza una ragione logica dalla destra sovranista, perché loro vivono una realtà che è già al di là anche del concetto di multietnico, perché è l’etnia stessa a essere una categoria obsoleta. Loro lo sanno, che è vero che il razzismo esiste, perché lo vivono sulla loro stessa pelle, o perché i loro amici, compagni, fidanzati dalla pelle scura, vengono fermati dalla polizia continuamente. E non vogliono più che succeda. Loro lo sanno, che il mondo è fottuto se non diamo una virata all’industrializzazione. Loro sanno parecchio, e soprattutto sanno una cosa che noi intuivamo a fatica, ossia che gli adulti mentono, e che in troppi credono a quelle balle. È una generazione in cui ripongo molte speranze. In tutto questo, non so se la canzone d’impegno possa avere un suo spazio… ma immagino che probabilmente ce l’abbia già. Alle feste antifasciste mi capita sempre più spesso di vedere dei giovani rapper. Non è una forma musicale nuovissima, nasce alla fine degli anni settanta, quindi è coeva rispetto a molti cantautori storici. Eppure in questi nostri anni vive una seconda giovinezza: i ragazzi portano avanti questa forma musicale, che fa dei suoi contenuti sociali un punto importante, in certi sottogeneri fondamentale proprio. E vedo che quando imbraccio la chitarra ascoltano, perché le parole che canto muovono qualcosa dentro di loro. È una forma musicale diversa, magari non li convince fino in fondo, ma li sa emozionare, li interessa. Forse scoprono altri modi espressivi, verbali e musicali, che un giorno potranno fare di loro dei musicisti migliori. Io di certo li scopro ascoltando loro, mi piacerebbe fare qualche brano, se non proprio rap, esclusivamente ritmico. Finora non mi è mai venuto nulla di decente, seguendo quel sentiero, ma non si sa mai. Non è necessario che la canzone di protesta continui a esistere com’era in passato, se si rinuncia alla melodia e alla chitarra e si preferiscono parole ritmate seguendo il giusto flow su di una base, ben venga. In conclusione di questo punto lunghissimo, credo che ci sia bisogno di ricordare che il fenomeno dei cantautori nasce in un’epoca diversa, in cui la discografia era un mercato gigantesco, e investirci era un buon affare. Oggi quel poco di discografia che rimane se ne sta arroccata, attenta a fare un minimo investimento che non sia garantito – e infatti investe quasi solo sui talent, che grazie alla potenza della tv riescono ancora a sfornare personaggi che vendono. Meno di un tempo e per poco tempo, ma vendono, e sono una flebo. Ci rendiamo però tutti conto che è un accanimento terapeutico verso un malato che boccheggia da troppo tempo. Il mercato discografico è stato un fenomeno di incredibile portata culturale, ma di breve durata.

Quanto credi sia importante, nell’era della grande retorica social e dei dibattiti sgrammaticati, tornare a possedere il linguaggio, oltre che un preciso contenuto?

Ho una formazione più da linguista che da grammatico, quindi preferisco non essere normativo. Apprezzo un buono stile, ma non è detto che lo stile sia per forza un linguaggio corretto. A volte è l’errore stesso ad andare oltre la regola e ad aprire nuove vie espressive. Ciò detto, però, è chiaro che il linguaggio è anche pensiero, perché fa da appoggio laddove la mente da sola non arriva. Una standardizzazione del linguaggio dei media ha ripercussioni anche sul pensiero, che corre il grosso rischio di essere ridotto a una bidimensionalità anonima. Credo sia importante che le persone trovino il loro modo per dare forma al proprio pensiero. Io lo trovai incontrando i libri e i cantautori, qualcuno lo troverà altrove. Chi vuole stare fuori dal gregge alla fine ci sta, anche perché dentro non sa starci, e uscire è questione vitale.

Fai parte di un settore in grande sommossa dopo il collasso dovuto al Covid; il mondo dello spettacolo (e della cultura tutta, a dire il vero) lamenta una totale mancanza di attenzione nei confronti dei suoi lavoratori da parte dello Stato, che ha nuovamente – con gli ultimi decreti – sorvolato sulle questioni inerenti alla sopravvivenza di centinaia di migliaia di addetti al settore e operatori culturali. Diciamolo, però: per anni, il mondo dello spettacolo ha chiuso entrambi gli occhi su modalità poco chiare di gestione interna (spesso, ben oltre i limiti del legalmente consono), bypassando in molti casi il rispetto delle forme e dei requisiti minimi per potersi sentir parte di un contesto “lavorativamente” regolamentato. Insomma, musicisti che vengono pagati con pochi soldi e un paio di birre da locali che vedono la musica solo come un ottimo contenitore di clientela non sono mai stati tutelati, e a volte mi viene da pensare che ci si sarebbe dovuti indignare prima. Mi dici cosa ne pensi di tutto questo?

È vero. Siamo in un paese che si vanta del proprio patrimonio culturale, eppure sono decenni che il settore culturale vive problematicità che vengono sistematicamente ignorate dalla legislazione. Questo vale per i musei, per le scuole, e per il mondo dello spettacolo, dove il lavoro è una vera giungla. Chi lavora nei locali, raramente ottiene pagamenti in regola. Ma nelle altre situazioni lavorative non è che sia molto meglio: associazioni, teatri, centri culturali, campano sul filo del rasoio, e quando non pagano sotto la forma ufficiale di rimborso spese è un miracolo. Ho scritto di questa faccenda di recente, sul giornale Rivoluzione, a questo link. A onor del vero, c’è chi sollevava questo problema già da molto prima, ma il nostro mondo lavorativo, come ben sai, è molto frammentato, e riunire musicisti e attori in una rappresentanza sindacale di massa che raggruppi anche tecnici specializzati, facchini, impresari e amministrativi del settore, è stata fino a oggi una missione impossibile. Speriamo che questo scossone possa servire a creare un’unione che sappia andare al di là delle proteste silenti sui social.

Se Rocco Rosignoli fosse il Presidente del Consiglio incaricato di formare il team di Governo di una società giusta del Cantautorato, a quali penne della nostra tradizione e della nostra contemporaneità affiderebbe:

Ministero degli Interni: Davide Giromini.

Ministero dell’Economia: Max Manfredi.

Ministero della Cultura: Alessio Lega.

Ministero del Lavoro: Paolo Pietrangeli.

Ministero della Salute: Gianni Nebbiosi.

Un libro, un film e un disco che Rocco Rosignoli reputa imprescindibile per la formazione umana di ciascuno.

Di ciascuno non saprei. Per la mia, certamente “Le occasioni” di Montale, “Il laureato” di Mike Nichols, e “Quello che non…” di Guccini.

Cosa c’è nel tuo futuro, e soprattutto; arriverà questo secondo volume di “Canti Rossi”?

Per ora c’è una figlia in arrivo tra un mese, la prima, che non vedo l’ora di poter prendere in braccio, dopo questa gravidanza passata nel periodo più folle degli ultimi decenni! Per il secondo volume di “Canti Rossi” non prometto nulla, al momento sono impegnato a scrivere cose per bambini… ma ho già scritto filastrocche che spiegano ai piccoli il 25 aprile e il primo maggio, si possono ascoltare sul mio canale youtube, che porta il mio nome. Anzi, già che ci sono vi invito a iscrivervi il mio canale, così tutti i video che sforno ve li potrete vedere in anteprima!

Salutaci a modo tuo, e facci una promessa che un giorno potremo rinfacciarti di aver disatteso.

Il modo mio è a pugno alzato. E vi prometto di continuare ad alzarlo.

ASCOLTA QUI ROCCO ROSIGNOLI:

 

Manuel Apice

Manuel Apice è la somma delle sue domande senza risposta; ci convive bene tranne quando dimentica il suo nome. È laureato in Musica al DAMS di Bologna, fa il cantautore ed è il vincitore del Premio Fabrizio De André 2018. È sopratutto però un inguaribile narciso, con evidenti problemi di gestione nel controllare l’autoreferenziale abitudine a parlare di sé in terza persona.

By |2020-06-23T11:51:43+00:00Giugno 2020|interviste, musica|