Canzoni d’appartamento John Qualcosa

Canzoni d’appartamento John Qualcosa

Ambramarie, hai partecipato ad un talent come X factor, e solo poi insieme a Raffaele nel 2011 avete creato il duo John Qualcosa. Quanta influenza ha esercitato su di te l’essere stata già in televisione?

Per noi provenienti da un ambiente indie pop, programmi come X-factor non erano poi visti così bene. Undici anni fa quando l’ho fatto io, venivi un po’ visto con la puzza sotto il naso se arrivavi da un talent, quindi mi sono scontrata con tante opinioni. Opinioni che venivano proprio dal fatto che fossi venuta fuori da quel talent, senza però avermi nemmeno ascoltato cantare. Per cui quando abbiamo formato i John Qualcosa, la mia idea inizialmente era quella di non apparire, non volevo nemmeno che comparisse il mio nome nel progetto: eravamo semplicemente i John Qualcosa, senza definizione. Voleva essere una sorta di esperimento, cioè vedere quando la musica usciva senza una particolare etichetta, come sarebbe arrivata all’orecchio delle persone. Quando però mi sono ritrovata difronte a commenti del tipo “questo si che è un talento, non come quelli che vengono fuori dai talent”, allora lì ho capito di aver fatto centro. C’è molto snobismo nei confronti dei talent, perché molto spesso le persone ascoltano non con il giusto orecchio ma con tutta una serie di pregiudizi.

I suoni predominanti delle vostre canzoni sono quelli etnici dal retrogusto orientale, che si mescolano però alle chitarre propriamente rock, un rock che suonato così in Italia non sempre si sente. Quali sono state le vostre motivazioni forti che hanno fatto si che il vostro progetto non si omologasse al qualunquismo, che è più facile ritrovare nei progetti più emergenti oggi? Quanto il mood blues e psychedelic rock hanno influito sul vostro progetto…se hanno effettivamente influito?

Ambramarie: I John Qualcosa sono nati come un progetto acustico, quindi facevamo le nostre canzoni chitarra e voce. Quando però è arrivato il momento di riarrangiare i pezzi abbiamo messo sul piatto tutto quello che ascoltavamo da prima, insieme alla nostra personalità…e poi non ci siamo mai dati una strada da perseguire. Ogni canzone aveva la sua storia, aveva bisogno del suo vestito, che poi pian piano si è trasformato nel vestito dei John Qualcosa, cioè il sunto di quello che siamo e di quello che ascoltiamo io e Raf, ma nella maniera più naturale possibile, in modo libero. Ed è anche il motivo per cui ogni canzone è diversa dalle altre, anche perché l’album contiene un lavoro iniziato nove anni fa, ma che comunque ci ha portato in una direzione che è quella verso cui volevamo andare, ovvero quella più etnica della world music.

Il teaser  di Sopravvivere agli amanti somiglia al film oserei direi semi omonimo di  Solo gli amanti sopravvivono, mentre il video di Sfacelo azzurro non credo sia casuale il riferimento a Eternal sunshine of the spotless mind. Quanto incide la vostra passione cinematografica sulla vostra creazione musicale?

Raffaele: la cultura cinematografica incide innanzitutto sulle nostre vite, soprattutto nella mia che sono un tossico di film. Questo non fa assolutamente di me un esperto, però devo assolutamente guardare due/tre film al giorno, specialmente come quando ho tanto tempo libero come in questo periodo. E comunque anche Ambra è innamorata del cinema, per cui una parte così importante delle nostre vite non poteva non entrare nella musica.

A: C’è 15 milion merits che è ispirata a un episodio di Black Mirror, quella appunto dedicata ai talent show, perché aveva chiaramente inciso sulla mia vita privata e sul modo di vedere le cose. Quindi se ascolti questa canzone senza aver mai visto quell’episodio, il testo è un po’ ostico da comprendere, anche perché il punto di vista da cui sto narrando la storia è quello maschile…e tutto il nostro disco è un po così. Ci sono delle citazioni che se conosci a cosa si riferiscono allora ti diventano subito più chiare. Come nel caso di Sfacelo azzurro, se hai visto Eternal sunshine of the spotless mind, capisci che quella è la tinta di Clementine, e allora impazzisci per il pezzo.

Ambramarie, so che lavori anche per un programma radiofonico di Radiofreccia. Ritornando sempre alla questione della musica attuale che va in Italia, come può essere l’indie che poi è più pop. Tu come vedi il futuro del panorama indipendente italiano?

A: quello che noto è che la musica italiana dell’underground sta vivendo un buon periodo perché non c’era una netta separazione tra la musica mainstream e la musica indie, perché la musica indie è diventata la musica mainstream di fatto. Quando però ad un certo punto vedi i cloni dei cloni per cui non riesci più a distinguere l’originale tra tutti, io mi stufo abbastanza in fretta, quindi tendo a ricercare sempre la novità e la motivazione per cui stai facendo musica. Se la motivazione è cavalcare il momento, allora non me ne frega niente di ascoltarti. In più, in tre anni siamo ripartiti da un buon punto per la musica indie italiana, perché ha ricreato attenzione, gente che va ai concerti, di conseguenza c’è anche più gente che ti compra il merch e che fa girare il tuo nome. Tuttavia, siamo già arrivati ad un livello di saturazione, ovvero siamo già nella fase in cui le idee sono finite. Bisognerà vedere cosa succederà quando il mondo riprenderà a girare normalmente. Di certo questa bella botta del covid ha colpito il piccolo mondo del live che stava rifiorendo. Il futuro lo vedo dubbioso.

Laureata in linguistica all’UniBo con una passione per le arti in tutte le sue espressioni. Sempre attenta alle novità in ambito creativo. Scrivo prevalentemente di cinema, ma mi interesso di tutto ciò che è espressione artistica come la musica e il teatro

By |2020-06-17T16:31:37+00:00Giugno 2020|interviste, musica|