Intervista a Giovanni Carnazza

Intervista a Giovanni Carnazza

“Quello che vedi in me” è un inno alla rinascita, al tornare ad amare. È un tema per te ricorrente, perché?

Penso che l’essere amati per quello che si è davvero sia l’obiettivo, conscio o inconscio, di ognuno di noi. Il vedersi accolti nelle proprie debolezze, la possibilità di togliersi i vestiti che la società ci impone, chiedere un abbraccio senza la paura di sentirsi fragili sono tutti bisogni che ognuno di noi ha. Certo, ammetterlo implica qualcosa, la rinuncia all’immagine invincibile che ci piace proiettare davanti allo specchio. Io ho solo scelto di non fingere. Non l’ho mai fatto nella musica che ho scelto di scrivere, non l’ho mai fatto nei compromessi che ho scelto di non accettare.

Trovare l’anima gemella e affidarvi le proprie paure. Essere nudi. Cosa ti spinge a essere sempre così sincero nelle tue tracce?

Kundera scriveva che la differenza tra ottimisti e pessimisti risiede nel credere o meno alla possibilità di vivere infinite vite dopo di questa. Se davvero esistessero infinite vite, forse non mi sentirei così in obbligo verso me stesso di essere così sincero. La spiritualità che sviluppiamo nel corso dell’esistenza è qualcosa di intimo e mutevole. Nel dubbio, ho deciso di raccontarmi per quello che sono con i rischi che questo presuppone. Le persone non sono pronte a sentirsi dire ciò che davvero sentono gli altri. Oggi si compone musica con il fine di piacere, non di raccontare qualcosa di sé.

Quale è il tuo rapporto con lo scorrere del tempo? Ne sei spaventato?

Un tempo ne ero ossessionato. Ricordo un periodo al liceo in cui dormivo poche ore e andavo avanti bevendo un caffè dopo l’altro. Sentivo la necessità di “dover fare qualcosa”, non capendo che essere è esso stesso vita. Non esiste tempo perso. Esiste solo quello che decidiamo di fare col tempo che ci rimane. È la finitezza del tempo a dare valore alle nostre scelte. Ciò che Heidegger definiva l’esistenza autentica dell’essere, propria solo agli essere umani, gli unici consapevoli della morte a differenza degli altri animali.

Come hai affrontato il lockdown? È stato un’occasione per riflettere sul tuo ruolo come essere umano e come artista?

Stavo frequentando una ragazza da poche settimane quando è iniziata la quarantena. Non ce l’avrei fatta a mettere questa storia nel congelatore e le ho chiesto di passarla insieme. Non mi era mai successo di fare un passo del genere. Scrivere cose così dirette e sincere penso derivi dal cercare di essere autentici verso quello che si prova e io ho semplicemente ascoltato ciò che mi diceva il cuore. Per il resto, vado dalla psicoterapeuta due volte a settimana, riflettevo sul mio ruolo come essere umano e come artista anche prima. Temo che stiamo dando troppo peso a una parentesi che sarà tra qualche anno l’ennesima occasione persa per fare qualche passo in più rispetto alla consapevolezza che abbiamo di noi e del nostro ruolo nella società.

Potessi scegliere un’artista a cui affidare il tuo singolo, a chi penseresti?

Il panorama musicale italiano è ricco di diverse proposte sia tra i big sia tra gli emergenti. Pochi però hanno davvero qualcosa da dire. Penso che uno dei pochi artisti validi al momento sotto il profilo dell’esigenza comunicativa, che dovrebbe essere la base di qualsiasi forma artistica, sia Diodato. Mi piacerebbe che un giorno lo nostre strade si potessero incrociare.

Come ti approcci all’attuale mondo musicale? È tutta questione di streaming e visibilità social?

È molto frustrante per un artista emergente confrontarsi con questo mondo. Pochi lo dicono ma la musica è un sistema di classi molto chiuso dove la giusta conoscenza premia più del merito artistico. Per questo assistiamo a questo boom di streams a pagamento: gli artisti stanno cercando di gonfiare i propri numeri con la speranza che qualcuno li noti, non capendo che nessuno sta davvero ascoltando la sua musica. Se tutti i ciclisti che partecipano a una gara si drogassero, il vantaggio della droga sarebbe annullato. È questo che spero, che gli artisti smettano di comprare visibilità, interrogandosi sul perché stanno facendo musica. La mancanza di autocritica inquina questo mondo, così come le altre sfere del mondo in cui viviamo.

Quanto conta per te il contatto live con il pubblico?

Se devo essere sincero, poco. Io tengo molto di più ai progetti che produco nel mio piccolo studio di Roma. La mia carriera solista nasce da un’esigenza espressiva molto intima, non dal bisogno di avere una platea di persone che applaude alla fine di un mio pezzo. Sento molto la responsabilità verso le persone che hanno deciso di affidarmi i loro pezzi, soprattutto verso quelle persone in cui riconosco un vero e proprio talento.

Progetti futuri?

È iniziata da poco un’avventura bella con una nuova etichetta, Le Siepi Dischi, nata sulle macerie di un ufficio stampa. È una label dove ogni artista si siede a un tavolo rotondo dove non ci sono capi e tutti concorrono alla crescita del progetto stesso. Il mio nuovo singolo sancisce l’inizio di questa nuova avventura. Hanno deciso di iniziare con me e io non posso che essere orgoglioso di questa scelta. Spero di poter ripagare la fiducia accordatami.

Quale è il tuo prossimo viaggio? Hai un biglietto prenotato per? E perché?

Lo scorso anno rimasi a Roma. Avevo speso tutto in studio di registrazione e casa. Dovevo lavorare e non mi è pesato più di tanto. Quest’anno vorrei fare un viaggio in Italia per dare una mano a un settore, quello del turismo, che più di ogni altro rischia di crollare dopo questa crisi sanitaria. Forse Salento, perché alla mia compagna (quella della quarantena) piace il mare anche se io preferisco la montagna.

Consigliaci un disco ed un libro.

Io adoro Murakami ma in mente in questo periodo mi viene solo un titolo: 1984 di George Orwell. L’amore come unico e vero atto di sfida verso un sistema totalitario con uno dei finali più drammatici della storia della letteratura: il vedere tutto tornare come era prima. La rivoluzione come atto mancato. Sul fronte musica è più difficile scegliere: a ogni mese corrisponde un nuovo artista che imparo a conoscere e apprezzare. Faccio allora ricorso alla mia storia: In Rainbows, dei Radiohead, uno degli album che più mi ha segnato.
Francesco Pastore

Nato a Bari, vivo a Napoli. Laurea in Medicina. Scrivo di musica perché non so suonare e/o cantare. Rimedierò nella prossima vita! Attualmente ho una playlist Spotify, una mia rubrica Instagram e collaboro con Le Rane e Bandiari.

By |2020-06-16T21:07:20+00:00Giugno 2020|interviste, musica|