Capone, la recensione

Capone, la recensione

 

Uscito di prigione a causa del deteriorarsi del suo stato di salute, Al Capone spende i suoi ultimi giorni in una lussuosa tenuta in Florida. Ma il suo cervello, divorato dalla sifilide, lo costringe ad un delirante viaggio nel passato mentre il suo corpo comincia ad abbandonarlo.

Dopo l’esordio sorprendente di Chronicle, Josh Trank venne immediatamente reclutato dall’allora 20th Century Fox (prima dell’acquisizione Disney) per rilanciare i Fantastici Quattro. Chi segue un minimo il mondo del cinema sa perfettamente come sono andate le cose, e non è questa la sede per rivangare il passato di un giovane regista che ha avuto la sfortuna di trovarsi in una produzione più grande di lui. La sua ultima fatica va quindi valutata senza preconcetti legati ai precedenti di Trank e senza farsi influenzare dal disastro nel quale si è lasciato travolgere.

Non che Capone sia un buon film, per essere chiari: chi vorrà a tutti i costi considerare Trank un pessimo regista avrà un altro motivo per criticarlo. Ma prendere come metro di giudizio un film come Fantastic 4, dove il suo zampino è pressoché inesistente (il suo montaggio è scomparso nel nulla e la versione che è approdata al cinema è stata di fatto “diretta” dallo studio) per giudicare un altro dove ha avuto la giusta libertà espressiva è come “valutare un pesce per come si arrampica sugli alberi”.

Trank ha ben chiaro cosa vuole realizzare con Capone: il classico film sulla vecchiaia di un malavitoso che ripercorre una vita costellata di attimi di grandezza e momenti di violenza efferata. Il tutto mentre l’ombra del declino comincia ad allungarsi su di lui, a dimostrare che, in fondo, il crimine non paga e che di fronte alla vecchiaia e alla morte siamo tutti uguali. Il manuale delle produzioni di questo tipo richiede anche un attore di richiamo sulle cui spalle possa reggersi l’intera operazione.

Il problema nasce nel momento in cui un Tom Hardy dal trucco pesante (ma volontariamente scadente, in modo da non nascondere il suo volto) coglie al volo l’occasione per eccedere in tutte i tic del suo stile di recitazione. La gestualità animalesca, i borbottii, il goffo tentativo di imitare accenti quando tutti i suoi dialoghi si confondono in una parlata incomprensibile: alla lunga appaiono più come ridicoli manierismi che raffinati trucchi del mestiere.

Il resto del film poi risulta sconclusionato e privo di una vera linea narrativa, in un susseguirsi di flashback e visioni deliranti che, per quanto potenti, non rappresentano certo la solida spina dorsale di una storia. Per quanto zeppo di difetti, tuttavia, Capone non manca di personalità: batte tante strade diverse indeciso su dove andare a parare ma, paradossalmente, lo fa con sicurezza e solidità non comuni a tutti i registi nella posizione di Trank. Speriamo solo che quest’ultimo riesca a trovare finalmente il film più adatto alla sua voce.

Francesco Ramilli

Francesco Ramilli nasce nel 1995 a Cesena. Dopo gli studi al Liceo Classico frequenta il corso di sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia. Dal 2012 al 2018 fa parte del collettivo FRàC grazie al quale pubblica diversi lavori autoprodotti e dal 2015 collabora con il festival Cesena Comics & Stories. Da sempre divora fumetti, libri, film e serie tv. Da grande vuole imparare a scrivere le bio.

By |2020-05-24T10:50:34+00:00Maggio 2020|cinema, recensioni|