La Trilogia del Cornetto: questione di gusti

La Trilogia del Cornetto: questione di gusti

Cinema chiusi. Nessuna nuova uscita all’orizzonte. Tante serate da passare sul divano di casa. È il momento giusto per scoprire (o riscoprire) qualche vecchio film che magari vi era sfuggito nella nuova rubrica RecuperHOME.

Sangue e coni gelato

Kieślowski, zombie, intelligenze aliene, sette segrete, pub inglesi e metacinema.

Nessun gelato o film è in grado di mescolare gusti tanto variegati e a non risultare immangiabile. Eppure la Trilogia del Cornetto riesce a offrirci tre coni perfetti se gustati uno per uno ed amalgamati alla perfezione se divorati uno dopo l’altro.

L’alba dei morti dementi (2004), Hot Fuzz (2007) e The World’s End (2013) sulla carta non potrebbero essere film più diversi tra loro proprio come i tre più famosi gusti del celeberrimo cornetto Algida. Ciliegia rosso sangue come un buon horror, classico blu come la divisa dei poliziotti di un film d’azione e verde menta come la pelle degli alieni in un film di fantascienza old school. Ma il vero ingrediente segreto che dona il caratteristico sapore a tutta la trilogia è la bravura dei gelatai.

Strawberry Cornetto: L’alba dei morti dementi

È il 1999. Edgar Wright, regista di un microscopico film indipendente chiamato A Fistful Of Fingers, e gli attori Simon Pegg e Nick Frost si incontrano sul set della serie tv Spaced. Durante la lavorazione di un episodio ispirato ai film di zombie, Wright e Pegg scoprono la loro passione comune per i film di George A. Romero e decidono di scrivere il loro personalissimo zombie-movie.

Shaun e l’amico Ed sono due coinquilini eterni adolescenti che passano le giornate tra lavori umilianti e sbronze sul divano. Sbronze puntualmente alleviate con i cornetti, poiché la leggenda narra che il regista li usasse proprio come cura per l’hangover. Quando l’apocalisse dei morti viventi raggiunge Shaun e Ed nel loro piccolo quartiere della periferia di Londra, i due dovranno prendere in mano la loro vita e tentare di raggiungere indenni il loro pub di fiducia per rifugiarvisi.

All’epoca, né Wright né Pegg erano grandi esperti di sceneggiature cinematografiche, tanto da seguire pedissequamente i manuali di scrittura senza risparmiarsi qualche strizzatina d’occhio a chi sa riconoscere i trucchi del mestiere. Solo per citarne uno: la “Chekhov’s gun” nel loro primo film è letteralmente un fucile Winchester (che dà il nome al pub Winchester, principale ambientazione della storia. Tutto torna).

Eppure, nonostante l’autodichiarata inesperienza e lo spirito goliardico con cui è stato realizzato, L’alba dei morti dementi mescola con incredibile maestria orrore, commedia e dramma: che i due autori fossero perfettamente in grado di gestire generi diversi si poteva notare già in questo primo, piccolo esperimento. Con pochi soldi e molte idee (combinazione evidentemente fortunata per qualunque esordiente che voglia farsi notare), il film capitò sotto gli occhi entusiasti di Quentin Tarantino, Peter Jackson, Stephen King e nientemeno che George A. Romero. Il padre del genere zombie rimase talmente impressionato dal progetto da voler coinvolgere Wright e Pegg in un cameo nel suo “Land of the Dead”. Un cerchio si era chiuso ma un altro stava per aprirsi.

Classic Cornetto: Hot Fuzz

“Ci siamo accorti che non esisteva una tradizione di film polizieschi d’azione in Inghilterra. Tutti i paesi ne avevano una, ma noi no.”

Per rimediare a questo torto, Wright e Pegg si mettono presto al lavoro su un roboante action movie ambientato in una cittadina della campagna inglese. L’agente Nicholas Angel viene spedito dalla caotica Londra a pattugliare le placide strade del villaggio di Sandford. Per poi accorgersi che una serie di misteriosi incidenti hanno tutta l’aria di essere gli omicidi di un efferato serial killer.

La sceneggiatura di Hot Fuzz richiede più di un anno per essere terminata, poiché i due autori scavano ancora più a fondo nelle loro abilità di scrittura per sfornare un poliziesco raffinato ed intelligente. La forte impronta registica di Wright costruisce attentamente l’atmosfera del film per poi lasciarsi andare in un finale esplosivo che ricalca lo stile dei grandi film d’azione come Point Break e Bad Boys II (entrambi, ovviamente, citati in maniera esplicita in un gioco di rimandi che rompe definitivamente la quarta parete). Insomma, ancora una volta non si risparmiano gag metacinematografiche, comprese le comparsate di grandi celebrità come il fan Peter Jackson e Cate Blanchett (buona fortuna a chi vuole scovarla) e l’uso del cornetto come unico, affidabile rimedio per il doposbornia.

Durante la promozione del film venne fatto notare a Wright che il cono gelato compariva per la seconda volta come elemento di unione tra due film completamente diversi. Il regista, dopo averci pensato sopra qualche secondo, osservò che avrebbe potuto realizzarne una trilogia.

“Come la trilogia dei colori di Kieślowski. Ma con i cornetti.”

Mint Cornetto: The World’s End

Dodici pub. Dodici pinte. Cinque amici che tornano nella cittadina della loro gioventù per un nostalgico pub crawl. Ma la trovano completamente cambiata: che la modernità sia arrivata perfino nella rurale Newton Haven? O che si tratti di una silenziosa invasione aliena?

L’idea alla base di The World’s End venne a Wright quando aveva solo 21 anni, per poi maturare ancora una volta sotto le sue mani e quelle del fidato co-sceneggiatore Simon Pegg quasi vent’anni dopo. E per questo non poteva che trattarsi di un’intima storia di crescita personale, nascosta sotto la scorza della social sci-fi di opere come “L’invasione degli ultracorpi” e “Essi vivono”. The World’s End risulta senza ombra di dubbio il capitolo più maturo e riflessivo della Trilogia del Cornetto. Il cono gelato, infatti, non è l’unico trait d’union delle tre pellicole. E nemmeno il gusto per il metacinema, che accompagna ancora una volta la storia (un altro esempio? Il nome di ogni pub anticipa cosa accadrà al suo interno). Non si tratta nemmeno della caratteristica regia di Wright, che non permette mai al nostro cervello di riposarsi ammirando quelle trovate visive che sono il suo marchio di fabbrica.

La Fine del Mondo porta a compimento la tematica dell’individuo in lotta contro la società conformista. Alieni, membri di sette segrete, zombie: menti alveari dove l’identità personale viene repressa e inglobata in un’unica massa informe guidata da un solo cervello. La Trilogia diventa quindi emblema della crescita, e ci mette in guardia dai pericoli dell’eterna adolescenza. Il cambiamento è fondamentale, anche a costo di abbandonare tutto ciò che eravamo, per non perdere noi stessi nella massa.

Non è un caso che l’ultima apparizione del famigerato cornetto, quindi, sia tanto fugace. Come tutte le cose buone, anche la Trilogia del Cornetto deve avere una fine.

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Francesco Ramilli

Francesco Ramilli nasce nel 1995 a Cesena. Dopo gli studi al Liceo Classico frequenta il corso di sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia. Dal 2012 al 2018 fa parte del collettivo FRàC grazie al quale pubblica diversi lavori autoprodotti e dal 2015 collabora con il festival Cesena Comics & Stories. Da sempre divora fumetti, libri, film e serie tv. Da grande vuole imparare a scrivere le bio.

By |2020-06-03T15:54:06+00:00Aprile 2020|cinema, recensioni|