Listanera, la musica come terapia e l’insostenibile leggerezza del Nuovo Pop

Listanera, la musica come terapia e l’insostenibile leggerezza del Nuovo Pop

Listanera, partiamo da qui. Tre ingredienti necessari e inalienabili che una canzone deve avere, per non finire nella tua, di lista nera.

Partiamo da qui, va bene, così mi faccio subito qualche altro nemico (ride, ndr). I tre ingredienti che una canzone deve avere, per me, sono i seguenti: un basso presente davanti a tutto, con il giusto reverbero e quel sound tipicamente Ottanta; poi, avere la giusta dose di malinconia e raccontare qualcosa di accaduto realmente, o perlomeno basarsi su un testo ispirato da qualcosa di vero, tangibile, sincero.

Nasci Daniele Bomboi, per poi trasformarti, col piglio da supereroe synth-wave, in Listanera dopo un percorso fatto di salite e sudore. Come arrivi alla conquista di un nome d’arte così evocativo e potente, e quanto la musica ti ha aiutato a dare una direzione alla tua evoluzione “umana”, oltre che artistica?

La synthwave è sempre stata la mia via maestra, dopo un peregrinare durato anni; si sposa con il mio gusto perché mi ricorda i videogiochi della mia infanzia, o le serie tv di una volta (pensa a Miami Vice) e perciò mi sono lasciato subito sedurre da questi suoni sintetizzati: tuttora credo che molti artisti di questo filone non abbiano ancora ricevuto i giusti riconoscimenti, a livello di ascolto, che meriterebbero. Il nome d’arte Listanera deriva da un mio difetto: come tanti, ho il brutto vizio di impegnarmi per essere amato da tutti, senza capire che inevitabilmente le scelte che fai e i percorsi che intraprendi ti faranno prima o poi finirei tra i nomi della “lista nera” di qualcuno che non ti ha compreso o al quale semplicemente non vai a genio.
In questo senso, la musica mi aiuta da sempre ad accettarmi, e da quando ho scoperto la scrittura è diventata il mio sfogo, la mia personale auto-terapia. Senza tutto questo, sarei sicuramente una persona più infelice, e troverei il mio nome riportato dentro molte più liste nere, compresa la mia.

Abbiamo recensito, giusto qualche giorno fa, il tuo nuovo singolo Incontro Banale. Ne abbiamo parlato come un’interessante operazione di recupero di un certo tipo di sonorità anni Ottanta che non ha ceduto alla deriva pop, ma anzi, ha saputo reggersi su un testo impegnato ed impegnativo, che rivela un’anima poetica interessante e una penna ispirata ai maestri del cantautorato italiano. Quante anime convivono in Listanera, e quanto può essere difficile fare pop senza scadere nel popolare, nel semplicistico?

A dire la verità mi piacerebbe molto riuscire a scrivere brani “popolari” (il mio portafoglio ne sarebbe lieto)! A parte gli scherzi, le anime che vivono dentro di me non so quante siano ma di sicuro si sono lasciate corteggiare dalle produzioni anni Ottanta, sopratutto inerenti al cantautorato italiano: Venditti, Dalla, Battisti, Stadio, Raf, Carboni. Questi sono gli artisti che letteralmente divoro su Spotify e il sogno è quello di poter scrivere il più possibile cose che si avvicinino a quel tipo di scrittura emotiva. Al momento sono ancora al punto di partenza. Chissà tra 30 anni…

Ho sempre pensato che il desiderio di fare musica derivasse da una forte esigenza di comunicazione: le canzoni, diceva qualcuno, sono finestre aperte sulla gente, costruzioni di ponti che possano collegare anime affini e farci sentire meno soli, nella guerra alla quotidianità con un linguaggio a sè. Oggi, immersi e sommersi dal rumore e da un evidente sovraffollamento del mercato musicale, quanto è difficile parlare davvero di sé, farsi sentire? Sembra, a volte, che anche l’intimità di certe canzoni pop sia un qualcosa di artefatto, una interconnessione in affitto, per la durata del brano; per quanto mi riguarda, spesso mi sento più vuoto e più solo dopo aver ascoltato i brani più in voga del momento, sopratutto sul mercato italiano…

Personalmente, ritengo che in questo momento musicale sia pressoché impossibile farsi sentire, o parlare di sé. C’è davvero troppa carne al fuoco ma, più di questo, ho l’impressione che il megafono sia in mano esclusivamente a chi riesce a costruire relazioni importanti, aldilà che il prodotto realizzato sia valido oppure no. Per quanto mi riguarda, non faccio canzoni perché cerco fama; sogno piuttosto che le persone si ritrovino nelle mie parole e ascoltino i miei brani in momenti difficili, per affrontarli al meglio. Resto un sognatore, e credo che se vuoi sentire qualcosa di vero oggi devi andare alla ricerca di piccole perle, nascoste in questo groviglio di nuovi autori che il mercato propone, e che spesso si trovano distanti dai riflettori.

L’esperienza tragica di questi giorni sta portando numerosi artisti ad colmare la distanza con dirette streaming, che spesso si rivelano strumenti importanti per avvicinarsi ad un pubblico che sempre meno sembra interessato a riempire i club e i locali. Credi che la privazione di libertà, i domiciliari forzati di questi giorni, riavvicineranno, alla fine di tutto questo, alla musica live vera, suonata e vissuta in presenza?

Reputo questa schizofrenia streaming positiva, perché gustarsi un brano in acustico, per quanto mi riguarda, è cento volte più emotivo che ascoltarlo, tutto bello impacchettato, in disco. Direi che queste dirette streaming avvicinino in un certo senso anche gli ascoltatori agli artisti, rendendo questi ultimi un po’ più “umani”, perciò ben venga. Sono sicuro che ci saranno concerti strapieni quando tutto questo sarà davvero finito; magari non subito, perché la gente avrà paura degli strascichi di questo virus, ma sicuramente ci sarà una crescita generale. Mi piace pensarla così.

Per rimanere sull’argomento, tante dirette degli ultimi giorni hanno lasciato emergere in diversi artisti di punta della scena un’evidente difficoltà a gestire, dalla solitudine nuda e lontana da artifici tecnici delle loro case, lacune performative non da poco: alcuni nomi grossi della scena mi sono parsi spesso in imbarazzante difficoltà a stare in piedi “da soli”. Ho pensato subito ai grandi della musica che fu, a Guccini che saliva su un palco armato solo di chitarra e fiasco, a Dalla che dipingeva affreschi a colpi di imprevedibili vocalizzi, a De André, alla cui espressività sembrava talvolta di fare una violenza sommandole ulteriore strumentazione che non fosse quella della sua voce e delle sue corde. Allora mi chiedo: cosa è cambiato?

Se mi nomini certi mostri sacri, ogni commento diventa superfluo. Non sono stato attento quanto te, ma mi fido del tuo giudizio. Sicuramente qualcuno avrà mostrato delle lacune ma questo è un momento storico dove prima si costruisce il vestito, il brano, il profilo, la fan base virtuale, e poi ci si scontra con la necessità di ricercare le emozioni. Mi sembra perciò inevitabile che qualcuno sia scivolato su una buccia di banana: io stesso svengo al solo pensiero di esibirmi davanti a tre persone. Stiamo comunque confrontando pianeti troppo lontani, anche se appartenenti allo stesso sistema solare. Per me Lucio Dalla, per citarne uno tra quelli che hai nominato, cambierebbe sicuramente mestiere se dovesse vivere questi tempi. So di essere troppo nostalgico, ma diciamoci la verità, un brano come Mambo, tra 40 anni come farai a non ascoltarlo? C’è chi si è conquistato l’Olimpo e la vita eterna. Ma sono morti quasi tutti.

Passiamo alle domande, quelle semplici: un artista con il quale vorresti collaborare, non importa se vivente o meno, sognare è sempre possibile.

Bella domanda, questa. Io non mi reputo artista, perciò rovescio la tua domanda: mi piacerebbe che un artista interpretasse un brano scritto da me. Direi Lucio Dalla o Lucio Battisti, sembra scontato ma è cosi. Pensa a Samuele Bersani che si vergognava di “Canzone” e Dalla l’ha aiutato in quel modo, rendendola immortale. Se capitasse qualcosa del genere a me, non credo avrei bisogno di altro per il resto dei miei giorni.

E invece, una canzone che avresti voluto aver scritto tu?

Avrei voluto scrivere La costruzione di un amore di Ivano Fossati per cantarla a squarciagola sui palchi più importanti d’Italia.
Uno dei brani più potenti che io abbia mai ascoltato.  Comunque ne ho scelto uno altrimenti la lista sarebbe infinita…

Tre artisti che stai ascoltando a tutto spiano durante questa quarantena, e tre artisti che potremmo non conoscere e che ci consigli di scoprire.

Allora, sto ascoltando Dalla, Raf e Brunori, mentre i tre artisti che consiglio di scoprire sono Sgró (che ha pubblicato qualche girono fa un brano bellissimo corredato da un videoclip spaziale), Calende ( soprattutto il suo brano Come la Musica di David Bowie, che consiglio vivamente di ascoltare) e, last but not least, Germanó, che ha fatto uscire un singolo dal nome Ca Va qualche settimana fa che sembra Va bene Così di Vasco: un vera chicca.

Classico finale, per non sbagliare: progetti per il futuro.

Progetti per il futuro non ne ho: ho 36 anni, per me il futuro è adesso. Vivo giorno per giorno, con la speranza che prima o poi qualcuno mi scriva in privato dicendomi “questa canzone me la sento addosso perché ci sono passato anche io. Grazie”. Dopodiché potrò anche smettere.

Manuel Apice

Manuel Apice è la somma delle sue domande senza risposta; ci convive bene tranne quando dimentica il suo nome. È laureato in Musica al DAMS di Bologna, fa il cantautore ed è il vincitore del Premio Fabrizio De André 2018. È sopratutto però un inguaribile narciso, con evidenti problemi di gestione nel controllare l’autoreferenziale abitudine a parlare di sé in terza persona.

By |2020-04-04T16:32:26+00:00Aprile 2020|interviste, musica|