Diamanti Grezzi, la recensione

Diamanti Grezzi, la recensione

Dalle profondità di una miniera africana viene alla luce un opale iridescente. Il passo è breve verso il Diamond District di New York, dove cade presto nelle mani del gioielliere Howard Ratner. L’uomo, sempre alla ricerca del colpo grosso, tenta di piazzarlo ad un’asta, ma i suoi giochi poco puliti finiscono per trascinarlo in un vortice di violenza e paranoia.

L’atmosfera che i fratelli Safdie ricreano nel loro sesto film, aiutati dalla fotografia satura di Darius Khondji e dal particolare effetto granuloso della pellicola, richiama alla memoria la New York degli anni ’70 e, ancora una volta, la pesante influenza di uno dei maestri del cinema contemporanei. Martin Scorsese è ovunque, talvolta sembra sul punto di scomparire travolto dalle sue stesse polemiche, sembra un modello superato e snobbato, ed invece è ancora presente nella mente di ogni regista che tenti di fare qualcosa al di fuori degli schemi, lontano dalle mode del momento.

Ed è un vero peccato (nonché un triste segno dei tempi) che una pellicola come Diamanti Grezzi in Italia non riesca ad affiorare nel panorama delle sale ma si fermi alla distribuzione di Netflix. È la dimostrazione che, in fondo, le parole di Scorsese non fossero poi così fuori fuoco o il frutto di frustrazioni personali: i film a medio budget hanno davvero vita corta nei cinema, ormai completamente soppiantati dalle grandi produzioni. Marvel o non Marvel, è questo il succo del discorso.

È un peccato perdersi Diamanti Grezzi al cinema anche per l’interpretazione magnetica di Adam Sandler, purtroppo costretta nel piccolo formato di uno schermo casalingo quando in realtà potrebbe fiorire ed esplodere sul grande schermo di una sala. È attorno al suo Howard Ratner che si muove tutta la vicenda, relegando il diamante del titolo ad un semplice ruolo di McGuffin. Da una parte c’è la scaramantica star del basket Kevin Garnett, che sembra godere del bacio della fortuna ogni volta che tocca la pietra. Quando l’opale finisce nelle mani di Howard, tuttavia, ogni cosa va a rotoli. È il diamante a portargli sfortuna o è semplicemente un uomo destinato a soffrire?

Le battute recitate una sopra all’altra, gli ambienti claustrofobici e la serie di sfortunati eventi messi in moto dal protagonista: il ritmo della narrazione imposto dai fratelli Safdie non lascia spazio per il respiro, non c’è un solo momento in cui la pellicola non proceda scatenata verso il suo inevitabile finale.

Francesco Ramilli

Francesco Ramilli nasce nel 1995 a Cesena. Dopo gli studi al Liceo Classico frequenta il corso di sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia. Dal 2012 al 2018 fa parte del collettivo FRàC grazie al quale pubblica diversi lavori autoprodotti e dal 2015 collabora con il festival Cesena Comics & Stories. Da sempre divora fumetti, libri, film e serie tv. Da grande vuole imparare a scrivere le bio.

By |2020-02-17T09:39:03+01:00Febbraio 2020|cinema, recensioni|