La valle dell’Eden @ Arena del sole (6-17 novembre)

La valle dell’Eden @ Arena del sole (6-17 novembre)

Verso 16 del Libro IV della Genesi. Da qui comincia il romanzo East of Eden di Steinbeck e da qui inizia anche il lavoro titanico di Linda Dalisi e Antonio Latella per sfidare la possibilità della letteratura e della prosa di farsi azione in scena. Un po’ come lo stesso Steinbeck aveva fatto, sfidando uno dei più grandi classici della letteratura come la Bibbia, riadattandola però in chiave americana.

Che sia la Salinas degli inizi del ‘900, la California attuale, l’Italia del 2019 oppure l’est di Eden nel tempo della creazione, al centro di tutto vi è sempre l’Uomo, nella sua individualità, e attraverso i valori che crea, lo tiene legato ai figli, e ai figli dei suoi figli. Fa da sottofondo la storia di Caino e Abele, entrambi sacrificatisi a Dio, il quale riconosce soltanto gli sforzi del secondo. Così, il fratello, Caino commette il primo fratricidio della storia, costandogli sia l’allontanamento dall’Eden, sia una vita fatta di vagabondaggio. Secoli più tardi i figli di Caino rivivono lo stesso epilogo ma attraverso volti e storie diverse, Charles Trask e Adam Trask, e poi Caleb e Aaron.

Sono i nomi, le parole, il verbo che è esso stesso l’immagine della divinità, che si fanno corpo in scena, e solo quando sono pronunciate dagli attori acquisiscono il giusto peso creativo. Perché il ciclo della narrazione è fatto proprio di un continuo farsi e disfarsi, creare e distruggere, generare e uccidere. Accurata la scelta della scenografia, minimale ma efficace per il suo valore iconico ed evocativo: il tavolo dell’unione familiare viene dimezzato da un enorme muro calato sulla scena, dividendo il reale dall’onirico, il vero dalla finzione, che a sua volta viene distrutto dal colpo di pistola della madre, matrigna, puttana Cathy/Kate. Il giardino dell’Eden somiglia ad una festa del tè un po’ ambigua, e la casa, apparentemente sinonimo di rifugio, di approdo sicuro (dapprima solo scheletro ma che pian piano viene costruita letteralmente pezzo per pezzo dagli attori), altro non è che un bordello di basso borgo. Insomma, le tematiche sono tante, come tanti sono gli archetipi che legano il primo uomo all’ultimo. L’opera non vuole rispondere alle domande dell’uomo, anzi ne pone delle altre, a cui solo con il “timshel”  personale si possono compiere delle scelte.

Laureata in linguistica all’UniBo con una passione per le arti in tutte le sue espressioni. Sempre attenta alle novità in ambito creativo. Scrivo prevalentemente di cinema, ma mi interesso di tutto ciò che è espressione artistica come la musica e il teatro

By |2019-11-12T15:11:59+00:00Novembre 2019|recensioni, spettacoli|