Intervista a Roberto De Feo, regista di The Nest – Il nido

Intervista a Roberto De Feo, regista di The Nest – Il nido

Foto di Loris T. Zambelli

Abbiamo avuto il piacere di parlare con Roberto De Feo, regista al suo esordio cinematografico con “The Nest – Il nido”, selezionato al Festival di Locarno.

Prima di approdare al cinema hai co-diretto i corti Ice Scream e Child K. Come hai avvertito il passaggio da una produzione indipendente ad una cinematografica?

Sicuramente girare corti indipendenti è una grandissima palestra. Ti permette di imparare a girare di corsa. Tranne in casi eccellenti, il novanta per cento dei registi in Italia esordisce al cinema coi ritmi di lavorazione di un cortometraggio. Io ho anche una società che distribuisce cortometraggi chiamata Premiere Film, nata proprio perché secondo me i corti sono indispensabili per chi vuole esordire: ormai i produttori chiedono di vedere qualcosa, altrimenti è difficile che ti prendano in considerazione in mezzo all’enorme quantità di registi esordienti. Il cortometraggio indipendente è quindi un’ottima vetrina. Il passaggio per me non è stato traumatico perché i tempi e i ritmi di un set me li portavo dietro dalla prima esperienza indipendente.

Com’è nato The Nest?

L’idea è nata quattro anni fa. Per tre anni abbiamo cercato produttori all’estero: il film doveva essere girato inizialmente in America, poi in Inghilterra, poi in Francia e infine in Italia. Con Colorado Film eravamo già da qualche anno alla ricerca di co-produttori, però all’estero risultava difficile anche perché non si trovava la giusta location. Poi alla fine l’abbiamo trovata: la produzione dipendeva da quello.

Anche perché la Villa dei Laghi è un elemento centrale del film.

Sì, è stato come trovare la protagonista. E se non avessimo trovato la protagonista del film non avremmo potuto girarlo. Siamo stati contentissimi di aver trovato la location in Italia. Il resto poi è stato relativamente facile: nel giro di un anno l’abbiamo messo in piedi e girato in quattro settimane, i tempi erano molto stretti ma alla fine è andata bene.

E la storia com’è nata?

L’idea è nata guardando un superclassico dell’orrore che non posso citare per evitare spoiler. Poi per quanto riguarda la costruzione delle atmosfere penso sia chiaro, guardando il film, che mi sono ispirato a The Village di Shyamalan e The Others di Amenàbar. E quando dico “ispirato” in realtà intendo che ho proprio copiato, soprattutto nel caso di The Others. Volevo che gli spettatori pensassero che il mistero del film fosse dentro la casa stessa e non all’esterno, e quindi mi sono detto: se il pubblico noterà il riferimento evidente a The Others penserà che ci saranno di mezzo dei fantasmi. Il mio obiettivo era quello di sorprendere col ribaltamento nel finale.

The Nest non è il classico horror: non sfrutta jumpscare o altri trucchi facili per incutere paura. Qual è la tua filosofia nell’approcciarti al genere?

Mi chiedo sempre, quando penso ad un film, a cosa mi piacerebbe vedere da spettatore perché sono un grande appassionato di film horror. Li guardo da quando avevo cinque o sei anni. Sono un po’ stufo di quei film che arrivano al cinema di continuo, pieni di facce mostruose che compaiono all’improvviso e forti effetti sonori. Quindi con The Nest ho cercato di costruire un film con una narrazione diversa, anche più elegante esteticamente, che potesse parlare della paura piuttosto che far paura.

Ultimamente nei nostri cinema si stanno affacciando sempre più film di genere: insieme a The Nest penso tra gli altri anche a Il Primo Re, Lo chiamavano Jeeg Robot e Ride. Ti sembra che il cinema italiano stia pian piano cambiando, riaprendosi verso i film di genere?

Sì, per fortuna. Il primo nome da ringraziare è Gabriele Mainetti, che con Lo Chiamavano Jeeg Robot ha aperto le porte di questa rinascita. Attorno al 2010 ricordo che io (con Ice Scream), Fabio&Fabio (con uno dei loro primi corti), Mainetti (con Basette), Rovere (con Homo Homini Lupus), ci incontravamo spesso in giro per festival, ci spedivamo i DVD dei nostri cortometraggi e ci dicevamo sempre “Speriamo un giorno di avere la possibilità di portare al cinema le nostre idee”. All’epoca ci sembrava una cosa completamente fuori di testa, adesso leggere i nostri nomi negli articoli fa sorridere.

Hai qualche consiglio per i giovani registi emergenti che cercano di seguire, come voi, la strada del cinema di genere nel mercato italiano?

“Consiglio” è una parola grossa, al massimo posso suggerire quello che facevo io: come dicevo prima, penso sia fondamentale girare un cortometraggio. Però il suggerimento successivo è quello di non girare il cortometraggio sull’idea più personale che avete in mente. Bisogna vedere cosa funziona nei festival, che cosa vogliono le selezioni dei premi. Quello è il più importante biglietto da visita per un produttore che poi può tenervi in considerazione per fare un film. Presto o tardi ci si va comunque a scontrare col mercato, che sia su un corto o su un film. Bisogna dimostrare furbizia: se i festival vogliono cortometraggi su importanti temi sociali, scrivete un corto breve, che costi poco, intelligente e magari anche originale dal punto di vista registico. Così si può emergere, andare a festival importanti e farsi un curriculum: la cosa più importante è costruirsi una credibilità. E il cortometraggio è l’unica via, al momento.

Francesco Ramilli

Francesco Ramilli nasce nel 1995 a Cesena. Dopo gli studi al Liceo Classico frequenta il corso di sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia. Dal 2012 al 2018 fa parte del collettivo FRàC grazie al quale pubblica diversi lavori autoprodotti e dal 2015 collabora con il festival Cesena Comics & Stories. Da sempre divora fumetti, libri, film e serie tv. Da grande vuole imparare a scrivere le bio.

By |2019-08-24T14:01:48+02:00Agosto 2019|cinema, interviste|