Macbeth, Fuoco Fatuo @ Spazio Teatrale Sblocco 5

Macbeth, Fuoco Fatuo @ Spazio Teatrale Sblocco 5

Si apre col sonno e si chiude con la morte, la tragedia di Scozia portata in scena, questa volta, dal giovanissimo Claudio Novelli, che con una sapiente regia ha saputo non mostrare la cruenta fine dei personaggi, fortemente caratteristici di quest’opera, riuscendo a farne sentire solo la loro fantomatica presenza. Non c’è sangue, ma lo si immagina sulle mani imbrattate dalla brama di potere dei due protagonisti, Macbeth e Lady Macbeth.

    La trama non fa da padrona, piuttosto in scena ci sono i drammi interiori di chi si ha di fronte. La cura va tutta alle emozioni, alle visioni e alle immaginazioni del protagonista. Tutta la tragedia ha origine della sua mancanza di sonno, la quale non permette al futuro “barone di Glamis” di essere lucido ed avere raziocinio per portare avanti in modo astuto i suoi programmi di potere, predetti dalle tre sorelle fatali. La parola può dire tutto e nulla, e ognuno può riempirla del senso che preferisce, un po’ come Macbeth, il quale, interpretando in modo fuorviante la profezia delle tre norme, ne fa scaturire solo fraintendimento e dunque tormento, quello più profondo, che lo condurrà alla morte. La trama è stata resa fedelmente, con ovvi tagli, quelli più militareschi e crudi, per lasciare sul palco quanto ciò di più scarno potesse esserci, la tragedia interiore, personale, quella capace di rendere il pubblico parte integrante del senso dell’opera stessa, diventandone quindi spettatore e protagonista. Risulta alquanto interessante a tal proposito l’uso degli specchi come oggetti scenici, mossi dagli stessi attori, che si rendono al contempo attori e scenografi. Shakespeare acconsentirebbe con “the world is a stage”: i riflessi in scena degli occhi del pubblico tra gli attori unificavano l’ambiente, annullando quasi la prossemica.

   Tutto poteva essere vero come tutto poteva essere vacuo, che altro non è che il fil rouge dello spettacolo. Gli specchi sono il limbo tra ciò che si vede e ciò che si è, ed è proprio intorno a tale ambiguità che, a mio parere, il regista sceglie di far ruotare questa pièce. Nonostante il sovraffollamento concettuale, ciò che alla fine regna sovrana è la sterilità, gli specchi scompaiono, tutti i personaggi muoiono, anche il trono non c’è più, la paternità e gli specchi sono orrendi perché moltiplicano l’umanità e la divulgano.  Non mancano i complimenti agli attori che hanno saputo ben rendere la psicopatologia dei personaggi, quali un vacillante Macbeth (Stefano Mauriello) precipitato nel mondo senza sonno, una bramante di potere e sangue Lady Macbeth (Francesca Lepiane) capace di trasformarsi da donna a bambino (per la precisone Fleance, figlio di Banquo ovvero il vero successore al trono) , un redivivo Re Duncan (Federico Piemontese), le  tre orrifiche Norne (Angela Fauzzi,Elisa Petrolini, Matteo Santoro) , che con un macabro telefono senza fili, hanno scandito il tempo da un atto all’altro, e la figura di Banquo (William Sheldon), animalizzata in modo molto interessante in quella di uno scimpanzè che col volto scuro compare e scompare come una visione agli occhi del protagonista.

 

Laureata in linguistica all’UniBo con una passione per le arti in tutte le sue espressioni. Sempre attenta alle novità in ambito creativo. Scrivo prevalentemente di cinema, ma mi interesso di tutto ciò che è espressione artistica come la musica e il teatro

By |2019-05-18T13:30:01+00:00Maggio 2019|recensioni, spettacoli|