Intervista a Francesco Satanassi

Intervista a Francesco Satanassi

 

“Mio nonno diceva sempre di no” è l’ultima fatica letteraria di Francesco Satanassi.

L’autore, classe 1981 è nato a Forlì e di se racconta che gli piace scrivere e raccontare storie. Ed anche che – fondamentalmente – tutto si riduce al fatto che gli piacciono i Clash e odia i Queen.

Il libro, autoprodotto, racconta la storia di suo nonno, tale Balilla Gardini, un soldato di fanteria catturato dai tedeschi nel 1943 e internato in un campo di concentramento in Germania. Balilla era un IMI, un Internato Militare Italiano, che assieme a 650.000 uomini preferì la dura prigionia piuttosto che servire il nazifascismo.

Con il suo libro, Satanassi fa luce su una storia sconosciuta ai tanti e che fa capo a quel triste periodo in cui in Europa si combatteva la seconda guerra mondiale. Non si tratta di un romanzo storico, bensì di una storia umana. Nel libro si ridà voce a quegli uomini coraggiosi che, senza armi, si opposero al regime restando fermi ai propri ideali. Molti morirono in prigionia, e i fortunati sopravvissuti che tornarono in patria, dopo la guerra, furono “accolti” da un silenzio assoluto.

Il racconto attinge direttamente dalle pagine del diario di Balilla, a cui affidava le esperienze dei giorni che seguirono l’8 settembre 1943, giorno in cui l’Italia annunciava l’armistizio con le forze alleate, nonché giorno della sua cattura.

Now We Rise ha posto alcune domande all’autore.

Balilla Gardini. Tuo nonno. Cosa ti ha spinto a scrivere di lui?

Trovai il diario di prigionia nel cassetto di una scrivania a casa dei miei genitori, mio padre disse soltanto che Balilla era stato prigioniero ma non aveva raccontato nulla di quel periodo, così mi incuriosii e scoprii una storia molto più grande dietro a quelle pagine, una storia di resistenza e di opposizione al fascismo che non conoscevo, e decisi subito di portarla alla luce.

Balilla era un IMI, acronimo di Internato Militare Italiano (non collaborazionista). Puoi spiegarci più in dettaglio chi erano gli IMI?

Con l’armistizio dell’8 settembre ’43 i soldati italiani si trovarono d’improvviso nelle mani dei tedeschi, poco prima alleati. L’esercito italiano, privo di ordini da Roma, si sbandò e si dissolse e i catturati furono etichettati come IMI, in quanto non essendo presente uno stato di guerra ufficiale tra Italia e Germania, non potevano essere considerati “prigionieri di guerra”. Ciò permise a Hitler di sfruttarli a suo piacimento, torturarli e anche ucciderli. A loro fu offerta la libertà in cambio dell’adesione al fascismo, ma 650.000 persone preferirono la prigionia piuttosto che servire Mussolini o la Germania. 

Quali erano le condizioni di vita degli IMI nei campi di prigionia?

Tutte le memorie dei sopravvissuti raccontano di una zuppa di rape al giorno, la sera, dopo il lavoro forzato in fabbrica, nei campi o in miniera che poteva arrivare anche a 15 ore giornaliere. Riscaldamento negato per due inverni consecutivi, dove la temperatura scendeva anche sotto zero. E poi la pulizia personale inesistente, i tedeschi volevano vedere le divise italiane cadere a pezzi. Frequenti erano le punizioni, le torture e anche gli omicidi (50.000 IMI morirono nei lager germanici).

Come sono stati accolti al loro rientro in patria?

Con enorme diffidenza e silenzio. L’Italia libera, ma ancora offuscata da una propaganda che per anni aveva dipinto gli internati come “soldati di Mussolini in attesa di impiego”, li vide come il simbolo di un regime che aveva portato l’Italia al baratro. Gli IMI furono per anni esclusi dai partecipanti alla resistenza, nonostante il rifiuto di aderire alla forze nazi-fasciste li avesse portati a soffrire e morire nel lager. Di fronte a questo muro, si chiusero nel silenzio e furono presto dimenticati…

Balilla era un barbiere, e continuò ad esserlo anche in prigionia. Perché non hai mantenuto il titolo del libro che avevi pensato all’inizio della stesura, “Il barbiere del lager”?

Perché volevo dare risalto alla scelta che fece Balilla di fronte ai fascisti che gli offrirono la libertà in cambio dell’adesione. Il nonno continuò a rifiutare, dimagrì fino a 48 kg, si ammalò, ma continuò con il suo rifiuto, “Piuttosto morirò di fame – scriveva – preferisco questo che aderire ai fascisti.”

Come mai hai autoprodotto il libro? In mancanza di una casa editrice, dove si può comperare il libro?

Ho scelto l’autoproduzione anche come filosofia di diffusione libera della cultura (che sia scrittura, musica, arte) perché credo nel potenziale che nasce dal basso senza l’appoggio di nessuno. Una copia del libro può essere richiesta via mail (checcosata@gmail.com) o contattandomi su Facebook. Sono anche in cerca di posti (bar, pub, locali, centri sociali, teatri…) dove portare questa storia. 

La presentazione del tuo libro è una mini performance, molto coinvolgente a livello emotivo. Come è strutturata? E perché questo formato?

Siamo io e un amico, Damiano Valeriani, che portiamo in scena un monologo a due voci. Non è una vera presentazione, effettivamente è quasi una performance teatrale. Facciamo entrambi parte di un collettivo che si chiama “Battito” che organizza serata di letture libere a microfono aperto, perciò mi è venuto naturale strutturare così anche la storia di nonno Balilla. È più diretta, più coinvolgente, più vera.

Ci racconti un particolare che hai scoperto sulla vita del nonno che più ti ha emozionato?

Il rapporto che aveva con sua moglie Lina e che viene fuori dalle lettere che riuscirono a scambiarsi durante i 2 anni di prigionia. È incredibile come due persone siano riuscite a resistere così tanto in attesa di ricongiungersi. E poi il modo in cui Balilla riuscì a sopravvivere, tagliando barbe in cambio di sigarette da scambiare con patate, sfruttò nel migliore dei modi ciò che sapeva fare meglio degli altri: fare il barbiere.

Tuo nonno ha scelto di sopravvivere alla durezza della prigionia come sfida e come atto rivoluzionario. Che eredità ci lascia oggi?

Balilla, come chiunque si oppose al fascismo, lascia un’eredità che sta scomparendo, non per colpa dei giovani, ma per colpa di chi vuole negare e trasformare quella che è stata la parte più bella del nostro Paese, quella che hanno costruito con le armi e con il sacrificio i nostri nonni. Tutti abbiamo una storia personale in famiglia, da una parte o dall’altra, vorrei che tutti raccontassero la propria, o soltanto la conoscessero, parlando con i pochi che ancora sono tra noi. Quando anche loro non ci saranno più non dobbiamo avere il rimpianto di non aver conosciuto, dobbiamo invece essere noi a portare avanti il ricordo come un valore.

Nel libro un amico ti dice che “non è tanto la verità che deve tornare a galla, ma sono le menzogne, perché sono come la merda. Più è grossa, più fatica ad andare giù. E prima o poi si fa notare… “

Noi di Now We Rise ti ringraziamo perché hai dato un contributo significativo nel riparare un torto che getta ombre pesanti sul nostro passato e purtroppo anche sulla spietata indifferenza del nostro presente.

Vi invitiamo alla presentazione del suo libro mercoledì 13 Marzo 2019 al Magazzino Parallelo.

 

 

Puoi seguire Francesco Satanassi qui:

facebook.com/francesco.satanassi

francescosatanassi.tumblr.com 

Valentina Guidi

Valentina Guidi è un’interprete e traduttrice certificata, da sempre attiva nell’ambito delle arti contemporanee, musica e teatro. Oltre all’organizzazione di concerti, Valentina intervista artisti per emittenti radiofoniche, conciliando l’attività di traduzione con la sua carriera di giornalista musicale freelance. Attualmente scrive recensioni ed articoli musicali per Gsg Media in UK e per Now We Rise in Italia.

By |2019-03-12T21:14:16+00:00Marzo 2019|interviste, spettacoli|