La Terra Dell’Abbastanza: Intervista ai Registi

La Terra Dell’Abbastanza: Intervista ai Registi

Pellicola d’esordio dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, “La Terra dell’Abbastanza” è stato presentato nella sezione Panorama della 68ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino.

Protagonisti della vicenda sono Mirko e Manolo, due giovani amici della periferia di Roma che una notte, durante un giro in auto, investono un uomo e decidono di scappare. Dopo aver scoperto che l’uomo ucciso è un pentito di un clan criminale di zona, i due ragazzi andranno incontro a un radicale cambiamento di destino, con conseguenze tragiche.

Now We Rise ha l’onore di intervistare i due registi che ci parleranno della loro opera.

Quale significato date al termine “abbastanza” a cui fa riferimento il titolo?

Abbastanza è quella zona di limbo in cui non si ha né troppo né troppo poco. Abbastanza come “quello che serve, quello che c’è, che poi è anche la frase che chiude il film.

Il padre di Manolo, interpretato da Max Tortora, dopo aver scoperto l’identità dell’uomo investito parla di una svolta. Per lui svoltare significa poter cambiare vita sfruttando l’omicidio per farsi accettare dal gruppo mafioso, uscire dalla miseria e tentare di realizzare il sogno di un futuro più dignitoso. Quale significato date al tema della svolta?

La svolta è una parola – almeno a Roma – che prevede una forte componente di casualità. Il padre di Manolo (Max Tortora) vive di questo. Dà voce primaria alla coincidenza, alle opportunità, la fortuna in una scatola senza scarpe.

Questa è la vostra opera prima. Quali difficoltà avete incontrato per realizzarla?

Moltissime difficoltà trasversali e irrequiete. Non avendo fatto alcuna scuola cinematografica e provenendo dai sobborghi, siamo sempre partiti svantaggiati rispetto agli altri.

L’errore però sta nel vedere gli altri come rivali, concorrenti. Non è così. Nel cinema c’è spazio per tutti. Se c’è stato spazio per noi.

Nel film troviamo molti temi forti come l’amicizia e il rapporto genitori-figli. Quanto c’è del vostro vissuto, della vostra esperienza personale?

Il vissuto entra sempre nell’arte, chiaramente trasfigurato. Il nostro non è un film autobiografico ma le sensazioni, le paure, quelle attese, quelle curvature, quel rompersi nel vetro pericoloso, c’è stato, per noi. Ricordiamo bene quel periodo, inoltre. L’adolescenza, stanza a parte della vita di tutti. Pensavamo che girando questo film prima dei trent’anni avremmo potuto consegnare una realtà che ancora conoscevamo profondamente, lividi annessi.

All’inizio e alla fine del film c’è un malinconico sax che sembra preannunciare e poi confermare l’atmosfera tragica della pellicola. Quale ruolo avete deciso di affidare alle musiche che troviamo nel corso del film?

Quelle musiche che senti ce le portiamo dietro dalla scrittura del film. Abbiamo scritto con quella partitura sotto. Fortunatamente, non essendo i Beatles ma una band tedesca anni ‘90 misconosciuta, alla fine siamo riusciti a piazzarla nel film come durante la sceneggiatura ci è stata schiena a schiena.

In molte interviste avete citato Matteo Garrone come uno degli autori ad avervi influenzato come artisti (avete poi collaborato alla sceneggiatura del suo ultimo lavoro, Dogman). Quale peso hanno per voi i grandi maestri del cinema italiano? In che direzione sta andando il nostro cinema?

Matteo Garrone è un maestro. Ed è arrivato in un momento per noi giusto. Tanti ne abbiamo già incrociati: Valerio Binasco, Carlos Reygadas, Jon Fosse, in ultimo Paul Thomas Anderson. Garrone ci ha insegnato che il cinema è concreto: se scrivi una scena da un milione di euro poi devi avercelo, quel milione. Lui è materico. Non scrive per metafore, predilige le cose chiare. Poi girando trova una profondità, ma su carta preferisce stare lontano dall’astratto.

I vostri progetti futuri?

Siamo al lavoro su una serie Tv e sul secondo film, un Western rigoroso e secchissimo.

Per concludere, un consiglio ai giovani artisti emergenti?

Il consiglio è di allenare il muscolo e non scendere mai dalla macchina. Se si vuole fare i registi, tocca conoscere gli attori, quindi il teatro deve essere frequentato e sgomitato. Col telefono si possono già sperimentare i gusti di ripresa, non ci sono alibi. Scattare fotografie o disegnare aiuta sempre a scegliere cosa si vuole che ci sia in un dato frame. Chi vuole scrivere deve farlo tutti i giorni. E via così. Fare le cose per bene, facendole sempre meglio e con costanza. Per questo non credo alle scuole: le scuole dopo un certo tempo finiscono. Lo trovo intollerabile. Un lavoro artistico non ha tempi né anni né classi, è una traiettoria che non si conclude mai. È come mangiare, devi farlo tutti i giorni e non credere mai di avere il frigo pieno.

Studentessa di cinema al Dams di Bologna con una sana passione per la trashtv e un amore grande per il cinema italiano.
Faccio cose, vedo gente, scrivo recensioni.

By |2018-12-10T13:20:58+01:00Dicembre 2018|cinema, interviste|